Ambasciata della Germania presso la Santa Sede

pi5-ambasciata-di-germania-presso-la-santa-sedeL’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede sorge tra via di Villa Sacchetti 4 e via dei Tre Orologi 22 dietro Villa Delfino su una delle strade più esclusive di Roma.
E’ una moderna costruzione  con mattoni a vista, che si inserisce perfettamente nel panorama urbano romano delle ville intorno e ospita sia la residenza dell’Ambasciatore sia la cancelleria con gli uffici del Corpo Diplomatico. Continue reading

Adalberto Libera

Questa pagina delinea le principali opere di Adalberto Libera a Roma e, in particolare, nel Municipio II.

  • il Villaggio Olimpico,
  • gli edifici della Mostra della Rivoluzione Fascista a via Nazionale e a Valle Giulia, in particolare questi ultimi, su via Antonio Gramsci, sono stati utilizzati per ampliare la Galleria di Arte Moderna,
  • il Palazzo delle Poste in via Marmorata,
  • il Palazzo dei Congressi all’EUR.

Un’altra opera notissima di Adalberto libera è villa Malaparte a Capri, sul promontorio di Pizzo Falcone.

Per approfondire: http://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/Adalberto-Libera/

Acqua Vergine

L’acquedotto dell’Acqua Vergine o Aqua Virgo è un acquedotto romano, oggi l’unico ad essere ancora funzionante degli undici costruiti. È giunto praticamente intatto fino a oggi perché il suo percorso è quasi completamente sotterraneo e quindi più difficile da attaccare per i nemici di Roma.

L’acquedotto dell’Acqua Vergine, come quello dell’Aqua Iulia, fu costruito da Marco Vipsanio Agrippa, fedele amico, collaboratore, generale e genero di Augusto il cui nome è scritto a carrateri cubitali sulla trabeazione del Panteon. L’acquedotto è inaugurato nel 19 a.C.e la sua principale funzione doveva essere quella di rifornire le Terme di Agrippa, nella zona del Campo Marzio.

Le acque sono captate da sorgenti nei pressi del corso dell’Aniene, al km 10,5 della via Collatina, pochi chilometro dal Grande Raccordo Anulare, nella località attualmente chiamata Salone. Non si tratta di una vera e propria sorgente, ma di un sistema piuttosto vasto (tuttora funzionante e ispezionabile) di vene acquifere e polle, le cui acque, grazie ad una serie di cunicoli sotterranei con funzione di affluenti, vengono convogliate nel condotto principale, o in un bacino artificiale esistente fino al XIX secolo, che alimentava il canale regolando l’afflusso con una diga.

L’intero percorso misura circa 20,500 km, ed è quasi completamente sotterraneo tranne un breve tratto per superare l’Aniene a Pietralata e l’ultimo tratto di circa 1.800 metri che correva all’aperto o su archi nella zona del Campo Marzio. Il tragitto compie un arco molto ampio che, partendo da est, entra in città da nord. Costeggiava la via Collatina fino alla zona di Portonaccio, poi fino a Pietralata dove supera l’Aniene e da lì raggiunge la via Nomentana e poi la via Salaria, per piegare quindi a sud e attraversare le aree

  • dell’attuale Villa Ada,
  • del quartiere Parioli (sul muro di Villa Ada lungo via di San Filippo c’è un cippo che lo ricorda),
  • del quartiere Pinciano, sul percorso sottostante via Antonio Bertoloni, via Ulisse Aldrovandi, Valle Giulia e Villa Borghese; in via Bertoloni un antico pozzo di ispezione dell’acquedotto è nel giardino del Villino di Sant’Ermete; in via Aldrovandi uno scavo ha sfondato il condotto originale che è stato ripristinato con una conduttura moderna;
  • del Pincio e di Villa Medici, dove una scala a chiocciola in perfetto stato di conservazione e ispezionabile, detta appunto la Chiocciola del Pincio, conduce tuttora al condotto sotterraneo.

Un giro così lungo è giustificato sia dal fatto che l’acquedotto deve servire la zona del Capo Marzio a nord della città, fino ad allora priva di approvvigionamento idrico, sia dal fatto che trovandosi la sorgente ad un livello piuttosto basso (solo 24 metri s.l.m.) era necessario evitare quei forti dislivelli che l’ingresso per la via più breve avrebbe incontrato. L’ingresso in città da quel lato, infatti, consentiva di raggiungere il Campo Marzio senza attraversare zone cittadine densamente popolate.

Dopo la piscina limaria (bacino di decantazione) in via di San Sebastianello, sotto Villa Medici, inizia il tratto urbano vero e proprio, su arcuazioni parzialmente ancora visibili, importanti resti delle quali (tre arcate in travertino) rimangono in via del Nazareno 9/a, dove è anche conservata un’iscrizione relativa al restauro fatto dell’imperatore Claudio. La struttura passa poi per la zona di Fontana di Trevi e quindi scavalcava l’attuale via del Corso con un’arcata che fu successivamente trasformata in un arco di trionfo per celebrare i successi militari di Claudio in Britannia. Proseguiva poi per via del Caravita, piazza di Sant’Ignazio e via del Seminario, dov’era l’ultimo castello, per terminare, nei pressi del Pantheon, alle Terme di Agrippa. Un ramo secondario raggiungeva la zona di Trastevere.

Il condotto sotterraneo è largo in media 1,50 metri, rivestito in cocciopesto ed è in diversi tratti navigabile. Poiché le sorgenti si trovano ad un livello basso, la profondità della galleria, nella zona extraurbana, era di circa 30-40 metri (sotto il villino Sant’Ermete in via Antonio Bertoloni, dove è un pozzo di ispezione, raggiunge i 43 m). Scavato direttamente nel tufo quando attraversa terreni compatti, in zone meno consistenti il condotto era costruito in muratura. L’acquedotto dell’Acqua Vergine è un capolavoro d’ingegneria in quanto ha un dislivello tra la sorgente e l’arrivo di circa sei metri e quindi una pendenza costante di circa trenta centimetri per chilometro.

Il nome Aqua Virgo deriva probabilmente dalla purezza e leggerezza delle acque che, in quanto prive di calcare, hanno consentito la conservazione dell’acquedotto per 20 secoli. Varie fonti forniscono altre spiegazioni: lo stesso Frontino riferisce che nei pressi della diga del bacino iniziale fosse presente un’edicola con l’immagine della ninfa delle sorgenti, da cui il nome, mentre un’altra leggenda, scolpita sulla fontana di Trevi in alto, narra di una fanciulla che avrebbe indicato ai soldati di Agrippa il luogo dove si trovavano le sorgenti, fino ad allora sconosciute.

Numerosi furono ovviamente gli interventi di manutenzione succedutisi nel tempo: Tiberio nel 37, Claudio tra il 45 e il 46, poi Costantino I e Teodorico. Dopo i danni arrecati dai Goti di Vitige nel 537 venne restaurata da papa Adriano I nell’VIII secolo e poi dal Comune nel XII secolo; in tempi più recenti diversi papi provvidero ad operazioni di rifacimento e restauro: papa Niccolò V, che oltre ad aver incrementato la portata con la captazione di nuove sorgenti affidò l’incarico del restauro a Leon Battista Alberti, papa Paolo IV, papa Sisto IV, papa Pio IV, papa Pio V, papa Benedetto XIV e papa Pio VI.

Un  ramo secondario dell’acquedotto è realizzato a metà Cinquecento dagli architetti di papa Giulio III per alimentare i giochi d’acqua di Villa Giulia. Le tubazioni passano sotto via di Villa Giulia per arrivare alla grande fontana dell’Acqua Vergine sulla via Flaminia. Su questo ramo, una stazione di pompaggio è oggi  presente in via Matteo Imbriani, in cui campeggia la scritta AGEA (Azienda Governatoriale dell’Elettricità e dell’Acqua), il nome dell’attuale ACEA nel periodo fascista.

Attualmente una buona parte delle antiche strutture è stata sostituita da tubazioni in cemento e l’elevata urbanizzazione ha gravemente inquinato sia il canale originario che le falde. Di conseguenza l’Acqua Vergine è utilizzata solo per l’alimentazione di importanti monumenti romani: le fontane di Villa Giulia, la Fontana dell’Acqua Vergine a via Flamiina, la Fontana del Nicchione sotto al Pincio, le fontane di piazza del Popolo, la Barcaccia a piazza di Spagna, la Fontana di Trevi, la Fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona.

Bibliografia essenziale:

  • Romolo Augusto Staccioli, Acquedotti, fontane e terme di Roma antica, Roma, Newton & Compton, 2002, ISBN 978-88-8289-793-2.
  • Antonio Nibby, Analisi storico-topografico-antiquaria della Carta de’ dintorni di Roma, tomo III, Roma 1849, pagg. 466-472

Acqua Vergine

L’acquedotto dell’Acqua Vergine o Aqua Virgo è un acquedotto romano, oggi l’unico ad essere ancora funzionante degli undici costruiti.

È giunto praticamente intatto fino ad oggi perché il suo percorso è quasi completamente sotterraneo e quindi più difficile da attaccare per i nemici di Roma.

L’acquedotto dell’Acqua Vergine, come quello dell’Aqua Iulia, fu costruito da Marco Vipsanio Agrippa, fedele amico, collaboratore, generale e genero di Augusto il cui nome è scritto a caratteri cubitali sulla trabeazione del Panteon. L’acquedotto è inaugurato nel 19 a.C.e la sua principale funzione doveva essere quella di rifornire le Terme di Agrippa, nella zona del Campo Marzio.

Capta acqua da sorgenti nei pressi del corso dell’Aniene, al km 10,5 della via Collatina (nella località attualmente chiamata Salone). Non si tratta di una vera e propria sorgente, ma di un sistema piuttosto vasto (tuttora funzionante e ispezionabile) di vene acquifere e polle le cui acque, grazie ad una serie di cunicoli sotterranei con funzione di affluenti, vengono convogliate nel condotto principale, o in un bacino artificiale, esistente fino al XIX secolo, che alimentava il canale regolando l’afflusso con una diga.

L’intero percorso misura circa 20,500 km, ed è quasi completamente sotterraneo tranne un breve tratto per superare l’Aniene a Pietralata e l’ultimo tratto di circa 1.800 metri che correva all’aperto o su archi nella zona del Campo Marzio. Il tragitto compie un arco molto ampio che, partendo da est, entra in città da nord. Costeggiava infatti la via Collatina fino alla zona di Portonaccio, poi fino a Pietralata dove superava l’Aniene e da lì raggiungeva la via Nomentana e poi la via Salaria, per piegare quindi a sud ed attraversare le aree dell’attuale Villa Ada, del quartiere dei Parioli (sul muro di Villa Ada lungo via di San Filippo c’è un cippo che lo ricorda) e Pinciano (via Antonio Bertoloni, via Ulisse Aldrovandi, Valle Giulia, Villa Borghese), del Pincio e di Villa Medici, dove una scala a chiocciola in perfetto stato di conservazione e ispezionabile – detta appunto la Chiocciola del Pincio – conduce tuttora al condotto sotterraneo.

Un giro così lungo è giustificato sia dal fatto che l’acquedotto deve servire la zona del Capo Marzio a nord della città, fino ad allora priva di approvvigionamento idrico, sia dal fatto che trovandosi la sorgente ad un livello piuttosto basso (solo 24 metri s.l.m.) era necessario evitare quei forti dislivelli che l’ingresso per la via più breve avrebbe incontrato. L’ingresso in città da quel lato, infatti, consentiva di raggiungere il Campo Marzio senza attraversare zone cittadine densamente popolate.

Dopo la piscina limaria (bacino di decantazione) in via di San Sebastianello, sotto Villa Medici, iniziava il tratto urbano vero e proprio, su archi parzialmente ancora visibili, importanti resti delle quali (tre arcate in travertino) rimangono in via del Nazareno 9/a, dove è anche conservata un’iscrizione relativa al restauro fatto dell’imperatore Claudio. La struttura passava poi per la zona di Fontana di Trevi e quindi scavalcava l’attuale via del Corso con un’arcata che fu successivamente trasformata in un arco di trionfo per celebrare i successi militari di Claudio in Britannia. Proseguiva poi per via del Caravita, piazza di Sant’Ignazio e via del Seminario, dov’era l’ultimo castello, per terminare, nei pressi del Pantheon, alle Terme di Agrippa. Un ramo secondario raggiungeva la zona di Trastevere.
Il condotto sotterraneo è largo in media 1,50 metri, rivestito in cocciopesto ed è in diversi tratti navigabile. Poiché le sorgenti si trovano ad un livello basso, la profondità della galleria, nella zona extraurbana, era di circa 30-40 metri (sotto il villino Sant’Ermete in via Antonio Bertoloni, dove è un pozzo di ispezione, raggiunge i 43 m). Scavato direttamente nel tufo quando attraversa terreni compatti, in zone meno consistenti il condotto era costruito in muratura. L’acquedotto dell’Acqua Vergine è un capolavoro d’ingegneria in quanto ha un dislivello tra la sorgente e l’arrivo di circa sei metri e quindi una pendenza costante di circa trenta centimetri per chilometro.

Il nome Aqua Virgo deriva probabilmente dalla purezza e leggerezza delle acque che, in quanto prive di calcare, hanno consentito la conservazione dell’acquedotto per 20 secoli. Varie fonti forniscono altre spiegazioni: lo stesso Frontino riferisce che nei pressi della diga del bacino iniziale fosse presente un’edicola con l’immagine della ninfa delle sorgenti, da cui il nome, mentre un’altra leggenda, scolpita sulla fontana di Trevi in alto, narra di una fanciulla che avrebbe indicato ai soldati di Agrippa il luogo dove si trovavano le sorgenti, fino ad allora sconosciute.
Numerosi furono ovviamente gli interventi di manutenzione succedutisi nel tempo: Tiberio nel 37, Claudio tra il 45 e il 46, poi Costantino I e Teodorico. Dopo i danni arrecati dai Goti di Vitige nel 537 venne restaurata da papa Adriano I nell’VIII secolo e poi dal Comune nel XII secolo; in tempi più recenti diversi papi provvidero ad operazioni di rifacimento e restauro: papa Niccolò V, che oltre ad aver incrementato la portata con la captazione di nuove sorgenti affidò l’incarico del restauro a Leon Battista Alberti, papa Paolo IV, papa Sisto IV, papa Pio IV, papa Pio V, papa Benedetto XIV e papa Pio VI.

Un  ramo secondario dell’acquedotto fu realizzato dagli architetti di papa Giulio III per alimentare i giochi d’acqua di Villa Giulia.Le tubazioni passano sotto via di Villa Giulia per arrivare alla grande fontana dell’Acqua Vergine sulla via Flaminia. Su questo ramo, una stazione di pompaggio è oggi  presente in via Matteo Imbriani, in cui campeggia la scritta AGEA (Azienda Governatoriale dell’Elettricità e dell’Acqua), il nome dell’attuale ACEA nel periodo fascista.

Attualmente una buona parte delle antiche strutture è stata sostituita da tubazioni in cemento e l’elevata urbanizzazione ha gravemente inquinato sia il canale originario che le falde. Di conseguenza l’Acqua Vergine è utilizzata solo per l’alimentazione di importanti monumenti romani: le fontane di Villa Giulia, la Fontana dell’Acqua Vergine a via Flaminia, la Fontana del Nicchione, sotto al Pincio, le fontane di piazza del Popolo, la Barcaccia a piazza di Spagna, la Fontana di Trevi, la Fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona.

Bibliografia essenziale:

  • Romolo Augusto Staccioli, Acquedotti, fontane e terme di Roma antica, Roma, Newton & Compton, 2002, ISBN 978-88-8289-793-2.
  • Antonio Nibby, Analisi storico-topografico-antiquaria della Carta de’ dintorni di Roma, tomo III, Roma 1849, pagg. 466-472

Per approfondire: http://it.wikipedia.org/wiki/Aqua_Virgo

Altre pagine correlate:  Fontana dell’Acqua Vergine, Fontanella dell’Acqua Vergine, Abbeveratoio di papa Giulio,

Accademia di Romania

L’Accademia di Romania si trova in piazzale José de San Martin 1.

Nel 1920 il Parlamento della Romania approvava una legge  che prevede la fondazione di accademie romene all’estero: la Scuola romena di Fontenay aux Roses a Parigi e la Scuola Romena di Roma, destinate al perfezionamento dei giovani romeni nel campo delle discipline umanistiche (lettere classiche e moderne, storia ed archeologia), delle belle arti e dell’architettura. Nel 1921 il Governatore di Roma mette a disposizione dello Stato romeno un terreno a Valle Giulia per la costruzione di un immobile che accogliesse un’Accademia e la Scuola inizia l’attività l’anno seguente in una sede provvisoria in Via Emilio de’ Cavalieri 11.

L’attuale sede, inaugurata nel gennaio 1933, fu edificata sotto la direzione dell’architetto Petre Antonescu, grazie alla munificenza della Banca Nazionale della Romania. A quella data funzionava già la British School in un vicino palazzo e, nei decenni seguenti, con l’edificazione delle altre accademie straniere, Valle Giulia si trasformò un una vera e propria Valle delle Accademie.Fondatore della Scuola e primo suo direttore fu Vasile Pârvan (1922-1927). Nel 1923 uscì il primo volume dell’annuario della Scuola (Ephemeris Dacoromana), che riuniva lavori di storia, archeologia, storia dell’arte ed architettura, lettere classiche e moderne, storia della letteratura, firmati dai membri della Scuola. Fino al 1945 furono pubblicati dieci numeri dell’annuario.Dal 1925 fu inaugurata una seconda pubblicazione – Diplomatarium Italicum, che presentava raccolte di documenti sulla storia e la cultura romena raccolti nelle biblioteche e negli archivi italiani (ne furono pubblicati fino al 1939 quattro volumi). Periodicamente erano organizzate all’Accademia mostre d’arte ed architettura dei suoi membri. La Biblioteca della Scuola raggiunse fino all’inizio della seconda guerra mondiale circa 13.000 volumi. Nel 1945 l’Accademia di Romania divenne uno dei membri fondatori dell’Unione Internazionale degli Istituti di Archeologia, Storia e Storia dell’Arte di Roma. Nel 1947 le autorità romene decisero la chiusura dell’istituzione. Dal 1947 al 1969 l’Accademia rimase chiusa, l’edificio degradandosi gradualmente.

Nel periodo del “disgelo” nei rapporti tra la Romania comunista e l’Occidente, la sede dell’Accademia è riaperta come “Biblioteca Romena di Roma” diretta, inizialmente, dall’italianista Alexandru Balaci. Nel 1990, dopo la caduta, a Bucarest del regime totalitario, l’istituzione cambia statuto, ridiventando l’Accademia di Romania a Roma, ed è fu riportata gradualmente al suo scopo iniziale. Dal 1999 sono elargite le borse di studio “Vasile Pârvan” nei campi tradizionali di perfezionamento post-universitario e post-dottorale ed è ripresa la pubblicazione dell’annuario Ephemeris Dacoromana.

Dopo la creazione, nel 2003, dell’Istituto Culturale Romeno, l’Accademia di Romania ha assunto anche il ruolo di istituto culturale romeno all’estero. La sua gestione è affidata al Ministero degli Esteri della Romania, le sue attività scientifiche sono coordinate dall’Accademia Romena di Bucarest e dal Ministero romeno dell’Educazione Nazionale e quelle culturali dall’Istituto Culturale Romeno.

Pagina ufficiale: www.accadromania.it

Giulio Gra

giulio-graL’ing. Giulio Gra merita una particolare menzione in quanto ha dedicato la maggior parte del suo lavoro di progettista ad opere che sorgono nel Municipio II.

Giulio Gra nasce a Roma nel 1900, ingegnere, allievo di Guglielmo Calderini, Gustavo Giovannoni e Pietro Aschieri, fratello dell’ing. Eugenio Gra, Direttore Generale dell’Associazione Nazionale AutoStrade, che costruì il Grande Raccordo Anulare intorno a Roma (il GRA appunto).

Il suo primo incarico professionale, nel 1926, è la progettazione e realizzazione di cinque villini in via di villa Sacchetti, poi realizza villa Caracciolo di Brienza in via Ulisse Aldrovandi, due palazzine a corso Trieste (prima del Liceo Giulio Cesare) e sette villini in via Giuseppe Mangili e piazza Don Minzoni, tutte opere realizzate tra il 1927 e il 1931.

Nel 1928 progetta e realizza due grandi edifici per abitazione lungo la via Flaminia. Il primo è tra lungotevere delle Navi, via delle Belle Arti e Via Flaminia e rappresenta un elemento di connessione tra le strade poste su differenti quote altimetriche. Il secondo edificio su via Flaminia, all’angolo con Piazza della Marina. Sono palazzi moderni sia per struttura, in cemento armato che per impianti e disposizione degli ambienti, ma l’imponente costruzione si rifà in modo inequivocabile ai grandi palazzi rinascimentali romani.

La sua ultima opera è la cosiddetta Fortezza Navigante, il grande palazzo sul lungotevere Flaminio 80 all’angolo con piazza Antonio Mancini. La costruzione è finanziata e realizzata dalla sua stessa impresa e in quest’ultima opera possiamo rileggere criticamente il percorso progettuale della sua vita.

Muore nel 1958.

Esposizione Universale

Nel 1911 il cinquantenario dell’Unità d’Italia fu celebrato con una Esposizione Internazionale che si articolava in due grandi esposizioni: una a Torino dedicata alla tecnica; l’altra a Roma dedicata alle arti e alla cultura. L’obiettivo dell’Esposizione è quello di mostrare al mondo i progressi compiuti dalla Nazione.

Il programma della manifestazione a Roma prevedeva:

  • una mostra regionale ed etnografica allestita nella Piazza d’Armi (l’attuale piazza Mazzini) dove è realizzata una “fantasmatica città di tela e di gesso” costruita per l’occasione e destinata a scomparire a chiusura dei festeggiamenti. Negli edifici dedicati alle regioni italiane, realizzati sotto la regia dei più importanti architetti dell’epoca tra i quali spicca Marcello Piacentini, è organizzata una vastissima “Mostra Etnografica e Regionale” dalle cui raccolte trarrà origine il nucleo principale delle collezioni del Museo Nazionale delle Arti e delle Tradizioni Popolari, oggi all’EUR
  • una mostra internazionale di Belle Arti a Vigna Cartoni (Valle Giulia) nell’edificio ideato da Cesare Bazzani denominato Palazzo delle Esposizioni (oggi Galleria Nazionale d’Arte Moderna);
  • una mostra archeologica alle Terme di Diocleziano;
  • la mostra del Risorgimento e delle raccolte garibaldine all’interno del monumento a Vittorio Emanuele (inaugurato per l’occasione);
  • alcune ‘mostre retrospettive a Castel Sant’Angelo: topografia romana, numismatica, epigrafia, arte medievale, stoffe, strumenti, mobili, fotografie, ecc.
  • una esposizione di architettura sul tema della Casa Moderna; la mostra suddivisa in due concorsi, impegnò gli architetti a presentare alcuni progetti di edifici, i migliori dei quali sarebbero stati effettivamente realizzati nell’area dall’esposizione: i villini costruiti su lungotevere delle Armi sono la testimonianza di questi sforzi.

Nonostante la provvisorietà delle maggior parte delle realizzazioni, il lavoro svolto allora ha lasciato una traccia indelebile nella sistemazione urbanistica di interi quartieri della Capitale costruiti tra Vigna Cartoni (oggi Belle Arti) e Piazza d’Armi (oggi quartiere Delle Vittorie).

Per approfondire:

Pagine correlate:

Accademia del Belgio

academia-belgicaL’Accademia del Belgio o Academia Belgica, come la chiamano i Belgi, è in via Omero 8, la strada delle Accademie.

L’edificio,  opera degli architetti Gino Cipriani e Jean Hendrickx, si presenta con una facciata in mattoni e travertino come molte accademie di Villa Giulia ed è stato completato nel 1939. L’Academia fu fondata nello stesso anno e inaugurata dalla princessa belga Marie-José che, in occasione del suo matrimonio con il futuro re d’Italia Umberto II di Savoia, aveva chiesto ai suoi invitati come regalo di nozze di finanziare un apposito fondo.

academia-belgica-inaugurazione-1939L’Academia Belgica ha come missione di promuovere la cooperazione culturale, scientifica e artistica tra l’Italia e il Belgio, di far conoscere al pubblico romano quanto di meglio viene creato in Belgio a livello culturale, scientifico e artistico e dare supporto agli studiosi belgi che vengono a Roma ad approfondire i propri studi, accogliendoli per un periodo che può variare da pochi giorni ad un massimo di un anno.

Dalla sua creazione essa ha ospitato l’Istitut historique belge de Rome (IHBR) e la Fondation Princesse Marie-José (FPMJ) che sostengono la ricerca nella storia e la storia dell’arte. All’interno accoglie una prestigiosa biblioteca, una sala per concerti e conferenze, una sala riunioni, uffici, camere, come pure una cucina ed un soggiorno per i residenti, due piccoli appartamenti e un alloggio di rappresentanza. Nella grande sala conferenze è esposta una serie di arazzi di Bruxelles del XVI secolo dedicati a Scipione l’Africano.

Nel 1947, l’illustre storico delle religioni Franz Cumont dona la sua biblioteca all’Accademia. Questa collezione di migliaia di volumi, tra le quali due incunaboli, contiene numerose opere preziosedi cui molte trattano di astrologia. Si tratta di un grande valore bibliografico, ma soprattutto di un’eccezionale fonte d’informazioni per gli storici delle protoscienze. La biblioteca è ulteriormente arricchita grazie ad altre donazioni, come quelle di Pierre Bautier e di Henri Pirenne. Il catalogo della biblioteca è disponibile su Internet, facendo parte della rete LIBIS, che ne assicura la visibilità anche in Belgio.

Sito ufficiale: www.academiabelgica.it

Nei dintorni: L’Academia Belgica è situata nella Valle Giulia, alla periferia di Villa Borghese, in un quartiere dove sono presenti facoltà universitarie e accademie. Tra queste, l’Accademia Britannica e la Facoltà di Architettura della Sapienza, e anche musei, come La Galleria Nazionale di Belle Arti e la magnifica Villa Giulia, il museo d’arte etrusca. Suoi vicini sono l’Accademia Egiziana e l’Accademia Olandese. La stessa strada, Via Omero, accoglie le Accademie di Danimarca, l’Accademia di Svezia e, a valle, l’Accademia di Romania.

Il soggetto di questa pagina è nella Mappa Pinciano 5 (zona da Villa Taverna a Villa Giulia), nell’elenco degli Istituzioni culturali nel Municipio, nelle Pagine della Scienza, relativo al periodo Roma2pass: dal 1930 al 1939.

Accademia di Danimarca

PI5 Accademia di DanimarcaAccademia di Danimarca (Det Danske Institut for Videnskab Og Kunst i Rom) ha sede a Valle Giulia in via Omero 18 ed è un istituzione autonoma sotto l’egida del Ministero degli Affari Culturali Danese che ne finanzia la gestione.

L’Accademia Danese ha lo scopo di conservare e promuovere lo sviluppo dei legami culturali fra l’Italia e la Danimarca, favorendo soprattutto le ricerche danesi in Italia, e pubblicando la rivista Analecta Romana Istituti Danici con la collana monografica di Supplementi. L’Accademia è membro dell’Unione Internazionale degli istituti di archeologia, storia e storia dell’arte in Roma, dell’Associazione Internazionale di Archeologia Classica (AIAC) e della rete computerizzata internazionale Unione Romana Biblioteche Scientifiche (URBS), fondata nel 1992.

L’Accademia di Danimarca è stata fondata nel 1956 con sede nel Palazzo Primoli in via Zanardelli (dove oggi è il Museo Napoleonico). Sua Maestà la Regina Ingrid, che era Presidente onorario dell’Accademia, nel 1959 ha dato vita alla Fondazione Romana della regina Ingrid, che due volte l’anno mette a disposizione dell’Accademia delle somme da utilizzare per borse di studio, escursioni di studio e acquisti per la biblioteca.

Dal 1967 l’Accademia ha sede nell’edificio donato dalla Fondazione Carlsberg e costruito su un terreno a Valle Giulia tra Villa Giulia e il parco di Villa Strohl Fern, non distante da Villa Borghese. II progetto dell’edificio è dell’architetto danese Kay Fisker (1893-1965), che lo disegnò tra il 1961 e il 1962, con R.D. Mortensen, S. Hegsbro, L. Rubino, e ne seguì la realizzazione fino all’anno della sua morte. II complesso è stato completato nel 1967 e può essere definito l’intervento architettonicamente più interessante a Valle Giulia, forse tra i migliori realizzati a Roma negli ultimi anni.

Lo schema planimetrico è articolato intorno a una corte centrale (un impianto tipico dell’architettura scandinava) ed è costituito da tre diversi bracci disposti ortogonalmente tra loro su di un terreno in forte pendenza, distinti in funzione delle rispettive destinazioni funzionali. Il braccio orientale è alto 3 piani e comprende gli studi, il soggiorno, i servizi e gli alloggi dei borsisti; quello occidentale è alto un piano e termina sul fronte principale con il volume a tripla altezza della biblioteca. Il braccio meridionale, molto più corto degli altri due, è destinato essenzialmente all’ alloggio del direttore. Al di sotto della corte centrale è situato un piccolo auditorium per la musica e le conferenze. Tutti gli ambienti, così come gli spazi esterni, sono estremamente gradevoli e denotano una sensibilità non comune nella scelta dei materiali e nelle soluzioni di dettaglio. Il dislivello tra la quota dell’ edificio e quella della strada di accesso è risolto con un’elegante scala a tre rampe che da via Omero consente di raggiungere sia l’ingresso principale posto nel piano seminterrato, sia la corte centrale.

Le dimensioni contenute, il perfetto controllo di scala, un certo carattere di rappresentatività antiautoritaria fanno di questo edificio un esempio di architettura compiutamente «civile». Il caratteri danese dell’opera si manifestano nell’adozione di una ridotta gamma di materiali e nel loro attento accostamento: mattoni gialli per iI rivestimento esterno, rame per il manto di copertura e rifiniture lignee.

Sito ufficiale: www.acdan.it

Per approfondire: www.archidiap.com/opera/accademia-di-danimarca/,

Bibliografia essenziale

  • «Arkitektur», n. 4, 1970;
  • «Costruire», n. 74, gennaio- febbraio 1973;
  • «Architectura», n. 3, 1981; K. de Fine Licht, Accademia di Danimarca a Roma, Roma 1981;
  • «Parametro», n. 142, dicembre 1985;
  • F. Lucchini (a cura), L’area Flaminia, Officina, Roma 1988, pp. 171-73.

Nei dintorni: Viale delle Belle Arti, Valle Giulia, Villa Borghese, Istituto Olandese, Accademia del Belgio, Accademia d’Egitto, Istituto Svedese di Studi Classici, dall’altra parte della valle Accademia di Gran Bretagna, Istituto Giapponese di Cultura, Istituto Austriaco di Cultura, Accademia di Romania, Galleria Nazionale d’Arte Moderna,

Pagine correlate: Esposizione Universale del 1911,

Accademia d’Egitto

Accademia d'EgittoL’Accademia d’Egitto a Roma è in via Omero 4, in una posizione panoramica davanti all’Accademia Britannica che sorge sull’opposto versante di Valle Giulia. L’Accademia è adiacente a Villa Borghese ma il verde alle sue spalle appartiene a Villa Strohl Fern.
La Reale Accademia Egiziana di Belle Arti nasce a Roma nel 1929 e ha la sua prima sede nella Casina dell’Orologio nel cuore di Villa Borghese. Nel 1930 è trasferita in uno storico edificio alle porte del parco di Colle Oppio, a pochi passi dal Colosseo. L’artista Sahab Refaat Almaz, inviato a Roma per i suoi studi da re Fouad I, è il primo responsabile dell’Accademia. Nello stesso anno il Governo Italiano propone la donazione al Governo Egiziano di un appezzamento di terreno a Valle Giulia per costruire la sede dell’Accademia d’Egitto chiedendo in cambio un appezzamento di terreno al Cairo a scopo culturale. In articolare, è offerto all’Egitto un terreno prospiciente piazza Jose de San Martin, nel cuore di Valle Giulia, alle porte di Villa Borghese.
Nel 1961, con una grande cerimonia con la partecipazione di importanti personalità di entrambi i paesi, si pongono le basi per la costruzione dell’edificio.
Accademia d'EgittoIl palazzo è completato nel 1965 e le attività culturali iniziano nella nuova sede l’anno dopo. Nello stesso anno viene individuata nei pressi dell’Accademia una piccola piazza cui viene dato il nome del celebre poeta egiziano Ahmed Shawqi, conosciuto come il “Principe dei Poeti”, la cui statua, creata dall’artista egiziano Gamal Al Segeini domina oggi la piazza. Sulla statua possiamo leggere un verso di una sua poesia:“Sosta in Roma, e contempla, e attesta che il regno dell’universo ha un supremo suo Re”.
All’inizio del 2008 l’Accademia di Egitto ha dato il via a un progetto di ristrutturazione su larga scala della sua sede di Roma. Il piano ha portato alla realizzazione di interventi strutturali architettonici importanti, volti a fare dell’Accademia stessa un simbolo della storia e della civiltà egiziane. L’inaugurazione e la nuova apertura al pubblico avviene nel 2010.
Gli spazi comprendono un museo dedicato all’antica civiltà egizia (il primo Museo Egizio a Roma), spazi espositivi che ospitano mostre di pittura, scultura, fotografia, ceramica e grafica di noti artisti egiziani, giovani talenti e artisti italiani, nel caso questi ultimi abbiano un particolare legame con l’Egitto, una biblioteca con volumi ed enciclopedie dedicati alla letteratura, all’archeologia, all’egittologia e alla storia, una sala cinematografica che ospita rassegne cinematografiche, spettacoli di musica e danza popolare, concerti di musica classica e araba, nonché conferenze di egittologia, storia, letteratura e archeologia.
Negli anni alla direzione dell’Accademia si sono succedute personalità di prestigio del mondo della cultura, dell’architettura, delle arti e della letteratura.
Sito ufficiale: www.accademiaegitto.org