Acqua Vergine

L’acquedotto dell’Acqua Vergine o Aqua Virgo è un acquedotto romano, oggi l’unico ad essere ancora funzionante degli undici costruiti. È giunto praticamente intatto fino a oggi perché il suo percorso è quasi completamente sotterraneo e quindi più difficile da attaccare per i nemici di Roma.

L’acquedotto dell’Acqua Vergine, come quello dell’Aqua Iulia, fu costruito da Marco Vipsanio Agrippa, fedele amico, collaboratore, generale e genero di Augusto il cui nome è scritto a carrateri cubitali sulla trabeazione del Panteon. L’acquedotto è inaugurato nel 19 a.C.e la sua principale funzione doveva essere quella di rifornire le Terme di Agrippa, nella zona del Campo Marzio.

Le acque sono captate da sorgenti nei pressi del corso dell’Aniene, al km 10,5 della via Collatina, pochi chilometro dal Grande Raccordo Anulare, nella località attualmente chiamata Salone. Non si tratta di una vera e propria sorgente, ma di un sistema piuttosto vasto (tuttora funzionante e ispezionabile) di vene acquifere e polle, le cui acque, grazie ad una serie di cunicoli sotterranei con funzione di affluenti, vengono convogliate nel condotto principale, o in un bacino artificiale esistente fino al XIX secolo, che alimentava il canale regolando l’afflusso con una diga.

L’intero percorso misura circa 20,500 km, ed è quasi completamente sotterraneo tranne un breve tratto per superare l’Aniene a Pietralata e l’ultimo tratto di circa 1.800 metri che correva all’aperto o su archi nella zona del Campo Marzio. Il tragitto compie un arco molto ampio che, partendo da est, entra in città da nord. Costeggiava la via Collatina fino alla zona di Portonaccio, poi fino a Pietralata dove supera l’Aniene e da lì raggiunge la via Nomentana e poi la via Salaria, per piegare quindi a sud e attraversare le aree

  • dell’attuale Villa Ada,
  • del quartiere Parioli (sul muro di Villa Ada lungo via di San Filippo c’è un cippo che lo ricorda),
  • del quartiere Pinciano, sul percorso sottostante via Antonio Bertoloni, via Ulisse Aldrovandi, Valle Giulia e Villa Borghese; in via Bertoloni un antico pozzo di ispezione dell’acquedotto è nel giardino del Villino di Sant’Ermete; in via Aldrovandi uno scavo ha sfondato il condotto originale che è stato ripristinato con una conduttura moderna;
  • del Pincio e di Villa Medici, dove una scala a chiocciola in perfetto stato di conservazione e ispezionabile, detta appunto la Chiocciola del Pincio, conduce tuttora al condotto sotterraneo.

Un giro così lungo è giustificato sia dal fatto che l’acquedotto deve servire la zona del Capo Marzio a nord della città, fino ad allora priva di approvvigionamento idrico, sia dal fatto che trovandosi la sorgente ad un livello piuttosto basso (solo 24 metri s.l.m.) era necessario evitare quei forti dislivelli che l’ingresso per la via più breve avrebbe incontrato. L’ingresso in città da quel lato, infatti, consentiva di raggiungere il Campo Marzio senza attraversare zone cittadine densamente popolate.

Dopo la piscina limaria (bacino di decantazione) in via di San Sebastianello, sotto Villa Medici, inizia il tratto urbano vero e proprio, su arcuazioni parzialmente ancora visibili, importanti resti delle quali (tre arcate in travertino) rimangono in via del Nazareno 9/a, dove è anche conservata un’iscrizione relativa al restauro fatto dell’imperatore Claudio. La struttura passa poi per la zona di Fontana di Trevi e quindi scavalcava l’attuale via del Corso con un’arcata che fu successivamente trasformata in un arco di trionfo per celebrare i successi militari di Claudio in Britannia. Proseguiva poi per via del Caravita, piazza di Sant’Ignazio e via del Seminario, dov’era l’ultimo castello, per terminare, nei pressi del Pantheon, alle Terme di Agrippa. Un ramo secondario raggiungeva la zona di Trastevere.

Il condotto sotterraneo è largo in media 1,50 metri, rivestito in cocciopesto ed è in diversi tratti navigabile. Poiché le sorgenti si trovano ad un livello basso, la profondità della galleria, nella zona extraurbana, era di circa 30-40 metri (sotto il villino Sant’Ermete in via Antonio Bertoloni, dove è un pozzo di ispezione, raggiunge i 43 m). Scavato direttamente nel tufo quando attraversa terreni compatti, in zone meno consistenti il condotto era costruito in muratura. L’acquedotto dell’Acqua Vergine è un capolavoro d’ingegneria in quanto ha un dislivello tra la sorgente e l’arrivo di circa sei metri e quindi una pendenza costante di circa trenta centimetri per chilometro.

Il nome Aqua Virgo deriva probabilmente dalla purezza e leggerezza delle acque che, in quanto prive di calcare, hanno consentito la conservazione dell’acquedotto per 20 secoli. Varie fonti forniscono altre spiegazioni: lo stesso Frontino riferisce che nei pressi della diga del bacino iniziale fosse presente un’edicola con l’immagine della ninfa delle sorgenti, da cui il nome, mentre un’altra leggenda, scolpita sulla fontana di Trevi in alto, narra di una fanciulla che avrebbe indicato ai soldati di Agrippa il luogo dove si trovavano le sorgenti, fino ad allora sconosciute.

Numerosi furono ovviamente gli interventi di manutenzione succedutisi nel tempo: Tiberio nel 37, Claudio tra il 45 e il 46, poi Costantino I e Teodorico. Dopo i danni arrecati dai Goti di Vitige nel 537 venne restaurata da papa Adriano I nell’VIII secolo e poi dal Comune nel XII secolo; in tempi più recenti diversi papi provvidero ad operazioni di rifacimento e restauro: papa Niccolò V, che oltre ad aver incrementato la portata con la captazione di nuove sorgenti affidò l’incarico del restauro a Leon Battista Alberti, papa Paolo IV, papa Sisto IV, papa Pio IV, papa Pio V, papa Benedetto XIV e papa Pio VI.

Un  ramo secondario dell’acquedotto è realizzato a metà Cinquecento dagli architetti di papa Giulio III per alimentare i giochi d’acqua di Villa Giulia. Le tubazioni passano sotto via di Villa Giulia per arrivare alla grande fontana dell’Acqua Vergine sulla via Flaminia. Su questo ramo, una stazione di pompaggio è oggi  presente in via Matteo Imbriani, in cui campeggia la scritta AGEA (Azienda Governatoriale dell’Elettricità e dell’Acqua), il nome dell’attuale ACEA nel periodo fascista.

Attualmente una buona parte delle antiche strutture è stata sostituita da tubazioni in cemento e l’elevata urbanizzazione ha gravemente inquinato sia il canale originario che le falde. Di conseguenza l’Acqua Vergine è utilizzata solo per l’alimentazione di importanti monumenti romani: le fontane di Villa Giulia, la Fontana dell’Acqua Vergine a via Flamiina, la Fontana del Nicchione sotto al Pincio, le fontane di piazza del Popolo, la Barcaccia a piazza di Spagna, la Fontana di Trevi, la Fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona.

Bibliografia essenziale:

  • Romolo Augusto Staccioli, Acquedotti, fontane e terme di Roma antica, Roma, Newton & Compton, 2002, ISBN 978-88-8289-793-2.
  • Antonio Nibby, Analisi storico-topografico-antiquaria della Carta de’ dintorni di Roma, tomo III, Roma 1849, pagg. 466-472

Acqua Vergine

L’acquedotto dell’Acqua Vergine o Aqua Virgo è un acquedotto romano, oggi l’unico ad essere ancora funzionante degli undici costruiti.

È giunto praticamente intatto fino ad oggi perché il suo percorso è quasi completamente sotterraneo e quindi più difficile da attaccare per i nemici di Roma.

L’acquedotto dell’Acqua Vergine, come quello dell’Aqua Iulia, fu costruito da Marco Vipsanio Agrippa, fedele amico, collaboratore, generale e genero di Augusto il cui nome è scritto a caratteri cubitali sulla trabeazione del Panteon. L’acquedotto è inaugurato nel 19 a.C.e la sua principale funzione doveva essere quella di rifornire le Terme di Agrippa, nella zona del Campo Marzio.

Capta acqua da sorgenti nei pressi del corso dell’Aniene, al km 10,5 della via Collatina (nella località attualmente chiamata Salone). Non si tratta di una vera e propria sorgente, ma di un sistema piuttosto vasto (tuttora funzionante e ispezionabile) di vene acquifere e polle le cui acque, grazie ad una serie di cunicoli sotterranei con funzione di affluenti, vengono convogliate nel condotto principale, o in un bacino artificiale, esistente fino al XIX secolo, che alimentava il canale regolando l’afflusso con una diga.

L’intero percorso misura circa 20,500 km, ed è quasi completamente sotterraneo tranne un breve tratto per superare l’Aniene a Pietralata e l’ultimo tratto di circa 1.800 metri che correva all’aperto o su archi nella zona del Campo Marzio. Il tragitto compie un arco molto ampio che, partendo da est, entra in città da nord. Costeggiava infatti la via Collatina fino alla zona di Portonaccio, poi fino a Pietralata dove superava l’Aniene e da lì raggiungeva la via Nomentana e poi la via Salaria, per piegare quindi a sud ed attraversare le aree dell’attuale Villa Ada, del quartiere dei Parioli (sul muro di Villa Ada lungo via di San Filippo c’è un cippo che lo ricorda) e Pinciano (via Antonio Bertoloni, via Ulisse Aldrovandi, Valle Giulia, Villa Borghese), del Pincio e di Villa Medici, dove una scala a chiocciola in perfetto stato di conservazione e ispezionabile – detta appunto la Chiocciola del Pincio – conduce tuttora al condotto sotterraneo.

Un giro così lungo è giustificato sia dal fatto che l’acquedotto deve servire la zona del Capo Marzio a nord della città, fino ad allora priva di approvvigionamento idrico, sia dal fatto che trovandosi la sorgente ad un livello piuttosto basso (solo 24 metri s.l.m.) era necessario evitare quei forti dislivelli che l’ingresso per la via più breve avrebbe incontrato. L’ingresso in città da quel lato, infatti, consentiva di raggiungere il Campo Marzio senza attraversare zone cittadine densamente popolate.

Dopo la piscina limaria (bacino di decantazione) in via di San Sebastianello, sotto Villa Medici, iniziava il tratto urbano vero e proprio, su archi parzialmente ancora visibili, importanti resti delle quali (tre arcate in travertino) rimangono in via del Nazareno 9/a, dove è anche conservata un’iscrizione relativa al restauro fatto dell’imperatore Claudio. La struttura passava poi per la zona di Fontana di Trevi e quindi scavalcava l’attuale via del Corso con un’arcata che fu successivamente trasformata in un arco di trionfo per celebrare i successi militari di Claudio in Britannia. Proseguiva poi per via del Caravita, piazza di Sant’Ignazio e via del Seminario, dov’era l’ultimo castello, per terminare, nei pressi del Pantheon, alle Terme di Agrippa. Un ramo secondario raggiungeva la zona di Trastevere.
Il condotto sotterraneo è largo in media 1,50 metri, rivestito in cocciopesto ed è in diversi tratti navigabile. Poiché le sorgenti si trovano ad un livello basso, la profondità della galleria, nella zona extraurbana, era di circa 30-40 metri (sotto il villino Sant’Ermete in via Antonio Bertoloni, dove è un pozzo di ispezione, raggiunge i 43 m). Scavato direttamente nel tufo quando attraversa terreni compatti, in zone meno consistenti il condotto era costruito in muratura. L’acquedotto dell’Acqua Vergine è un capolavoro d’ingegneria in quanto ha un dislivello tra la sorgente e l’arrivo di circa sei metri e quindi una pendenza costante di circa trenta centimetri per chilometro.

Il nome Aqua Virgo deriva probabilmente dalla purezza e leggerezza delle acque che, in quanto prive di calcare, hanno consentito la conservazione dell’acquedotto per 20 secoli. Varie fonti forniscono altre spiegazioni: lo stesso Frontino riferisce che nei pressi della diga del bacino iniziale fosse presente un’edicola con l’immagine della ninfa delle sorgenti, da cui il nome, mentre un’altra leggenda, scolpita sulla fontana di Trevi in alto, narra di una fanciulla che avrebbe indicato ai soldati di Agrippa il luogo dove si trovavano le sorgenti, fino ad allora sconosciute.
Numerosi furono ovviamente gli interventi di manutenzione succedutisi nel tempo: Tiberio nel 37, Claudio tra il 45 e il 46, poi Costantino I e Teodorico. Dopo i danni arrecati dai Goti di Vitige nel 537 venne restaurata da papa Adriano I nell’VIII secolo e poi dal Comune nel XII secolo; in tempi più recenti diversi papi provvidero ad operazioni di rifacimento e restauro: papa Niccolò V, che oltre ad aver incrementato la portata con la captazione di nuove sorgenti affidò l’incarico del restauro a Leon Battista Alberti, papa Paolo IV, papa Sisto IV, papa Pio IV, papa Pio V, papa Benedetto XIV e papa Pio VI.

Un  ramo secondario dell’acquedotto fu realizzato dagli architetti di papa Giulio III per alimentare i giochi d’acqua di Villa Giulia.Le tubazioni passano sotto via di Villa Giulia per arrivare alla grande fontana dell’Acqua Vergine sulla via Flaminia. Su questo ramo, una stazione di pompaggio è oggi  presente in via Matteo Imbriani, in cui campeggia la scritta AGEA (Azienda Governatoriale dell’Elettricità e dell’Acqua), il nome dell’attuale ACEA nel periodo fascista.

Attualmente una buona parte delle antiche strutture è stata sostituita da tubazioni in cemento e l’elevata urbanizzazione ha gravemente inquinato sia il canale originario che le falde. Di conseguenza l’Acqua Vergine è utilizzata solo per l’alimentazione di importanti monumenti romani: le fontane di Villa Giulia, la Fontana dell’Acqua Vergine a via Flaminia, la Fontana del Nicchione, sotto al Pincio, le fontane di piazza del Popolo, la Barcaccia a piazza di Spagna, la Fontana di Trevi, la Fontana dei Quattro Fiumi a piazza Navona.

Bibliografia essenziale:

  • Romolo Augusto Staccioli, Acquedotti, fontane e terme di Roma antica, Roma, Newton & Compton, 2002, ISBN 978-88-8289-793-2.
  • Antonio Nibby, Analisi storico-topografico-antiquaria della Carta de’ dintorni di Roma, tomo III, Roma 1849, pagg. 466-472

Per approfondire: http://it.wikipedia.org/wiki/Aqua_Virgo

Altre pagine correlate:  Fontana dell’Acqua Vergine, Fontanella dell’Acqua Vergine, Abbeveratoio di papa Giulio,

Accademia Filarmonica Romana

L’Accademia Filarmonica Romana è una delle più antiche istituzioni musicali romane e italiane. Oggi è un ente senza scopo di lucro, che organizza concerti, opere da camera, balletti e spettacoli di teatro musicale di livello internazionale, che ne fanno una delle più prestigiose istituzioni concertistiche italiane. Ha sede in via Flaminia 118, la cosiddetta Casina Vagnuzzi.

La Filarmonica Romana ha, anche, un’intensa attività didattica con la sua Scuola di musica, dove hanno studiato canto corale nel corso degli ultimi 45 anni circa 15.000 bambini sotto la guida di Mons. Pablo Colino. Attiva è anche la Biblioteca, dove sono custoditi spartiti a stampa e manoscritti musicali prevalentemente dell’ 800, consultabili dagli studiosi, e l’imponente archivio storico notificato dall’Archivio di Stato.

Nei giardino della Casina è situata un’altra sala da concerti con capienza di 200 posti. Da alcuni anni nel verde dei giardini si svolgono anche brevi stagioni estive. Per alcuni spettacoli l’Accademia utilizza il Teatro Olimpico, che fu acquistato negli anni ’60 da un gruppo di privati vicini all’Accademia.

L’Accademia Filarmonica Romana è fondata nel 1821 da un gruppo di nobili e agiati borghesi guidati dal marchese Raffaele Muti Papazzurri: cantanti e strumentisti “dilettanti” decisi a riunire le proprie energie per l’esecuzione non solamente di brani isolati ma di intere opere liriche in forma di concerto.

Ben presto la Filarmonica modifica l’assetto di accordo amichevole fra privati, per arrivare ad assumere un ruolo di primo piano nella vita culturale cittadina. Prestigiosa è la lista delle personalità che collaborarono con la Filarmonica, a partire da Gaetano Donizetti, che scrisse un brano per la cantata “Il genio dell’Armonia” in omaggio a Pio VIII e diresse “Anna Bolena” nel 1833.

Nel 1860 la Filarmonica è sciolta dal governo pontificio perché numerosi esponenti avevano manifestato orientamenti filoliberali.

Sito ufficiale: www.filarmonicaromana.org

Nei dintorni: Studio Fortuny, Borghetto Flaminio,

Tevere

fl3-ponte-mollo-a-mollo-2008Questa pagina parla del fiume che dalla confluenza dell’Aniene a ponte Margherita, costituisce uno dei confini del Municipio.

Al Tevere, e in particolare al guado sul fiume in corrispondenza dell’isola Tiberina, si deve la fondazione stessa di Roma e per secoli il fiume è stato una importante via per il commercio e per i rifornimenti di tutto ciò che serviva alla città. Continue reading

Il quartiere Flaminio e il fiume

fl2-raduno-di-canottieriOggi è il Tevere è il confine del quartiere Flaminio e del Municipio II. Ma quello che oggi è solo un ostacolo da superare è stato per secoli il vero protagonista dei luoghi.

La città di Roma è stata fondata sui sette colli per dominare il guado del fiume in corrispondenza dell’isola Tiberina e la città prende il nome dal suo fiume. E’ Rodolfo Lanciani Continue reading

Storia del quartiere Flaminio dal 1870 al 1914

Questa è una pagina di approfondimento della pagina Quartiere Flaminio.

Per secoli l’area fuori Porta Flaminia è caratterizzata dai giardini delle ville costruite sulle alture a destra di via Flaminia: villa Giulia, villa Poniatowski, Villa Strohl Fern, villa Balestra, villa Ruffo, tanto per citare quelle ancora esistenti. Più avanti, verso il fiume, solo campi coltivati periodicamente invasa dagli straripamenti del Tevere.

A fine Ottocento, con la decadenza di alcune di queste ville nel territorio intorno alla via consolare incominciano ad insediarsi stabilimenti industriali e di servizi: il cantiere centrale dei lavori dei Muraglioni lungo il Tevere, lo stabilimento per la produzione di ghiaccio (nell’edificio oggi dell’attuale Facoltà di Architettura di via Flaminia), una conceria a villa Poniatowski (la Conceria Riganti), il gasometro nell’area tra il fiume e la Flaminia all’angolo tra via Gravina e lungotevere delle Navi, una centrale elettrica dove fino a pochi anni fa aveva sede l’ACEA in via Flaminia 80, carrozzieri ed officine varie, ancora oggi presenti, nell’aera del Borghetto Flaminio.

Nell 1883, il secondo piano regolatore di Roma capitale d’Italia di A. Viviani è la guida all’ampliamento della città negli anni tra la crisi economica della fine degli anni Ottanta e l’Esposizione Universale del 1911. Ma il piano fu realizzato soprattutto per adeguare quello precedente alla legge del 1881, che stanziava i finanziamenti dello stato per realizzare a Roma i servizi adeguati a una capitale. Nella zona Nord in particolare, questo Piano prevedeva la localizzazione di alloggiamenti e spazi di manovra per le truppe di presidio: il piano generale di difesa d’Italia, varato un decennio prima, dava infatti alla città il ruolo di piazzaforte cardine del centro della penisola e prevedeva la realizzazione di una cinta di forti isolati, lontani dal perimetro delle mura aureliane.

Nel 1884 è avviata la realizzazione di nuove caserme e della piazza d’armi ai Prati di Castello, tra il Tevere e la via Angelica (tra gli attuali viali Giulio Cesare e delle Milizie) ed è avviata la costruzione dei forti del campo trincerato a guardia delle vie Trionfale, Cassia, Flaminia e Salaria; in particolare, sono il forte Monte Mario (1877-82), il forte Trionfale (1882-88), il forte Monte Antenne (1882-91). Il territorio adiacente alla via Flaminia fino a Ponte Milvio è finalmente protetto dalla nuova cinta difensiva. Sulla riva sinistra al Tevere oltre la Flaminia è prevista la realizzazione del Nuovo Gran Parco Margherita che, riprendendo l’antico progetto napoleonico del parco del gran Cesare, si estende dai Parioli a Villa Borghese ed era servito da un vialone alberato nuovo, parallelo alla via consolare (l’odierno viale Tiziano ne è l’erede) mentre un modesto ampliamento dell’abitato è previsto nello stretto corridoio tra la Flaminia e il fiume, da Porta del Popolo all’attuale viale Belle Arti. Un ampliamento ulteriore, nell’ansa del Tevere fino a Ponte Milvio, probabilmente è evitato per non portare la città troppo a ridosso dei forti.

Le piante di Roma del 1889 e del 1891 testimoniano che, nell’ultimo decennio del secolo, venuta meno la funzionalità del campo trincerato mentre ancora era in costruzione, esistono progetti per realizzare un denso abitato a scacchiera nell’attuale quartiere Flaminio, a ovest del Gran Parco Margherita ai Parioli, che continua a essere collegato al resto della città da un nuovo viale da Porta del Popolo a Ponte Milvio. Ma nulla di tutto ciò ha seguito negli anni successivi, tranne che il raddoppio della Flaminia da Villa Giulia in poi (l’attuale viale Tiziano), e la situazione rimane pressoché invariata fino all’inizio del Novecento.

Lo sviluppo dell’area inizia nel 1904 con la nuova linea tranviaria a traino animale (l’omnibus). Nel 1905 la Società Automobili Roma scegle un’area sulla via Flaminia non distante da Piazza del Popolo per i propri stabilimenti industriali. Contemporaneamente, nell’area da piazzale Flaminio a piazzale della Marina venne avviata una prima urbanizzazione con il tracciamento delle strade e la nascita dei primi complessi di edilizia pubblica e privata.

Nel 1905 inizia la costruzione dello Stadio Nazionale (poi Stadio Torino, oggi Stadio Flaminio) e dell’Ippodromo Flaminio, nella piana sotto Villa Glori (Ippodromo di Villa Glori) che sarà inaugurato in occasione dell’l’Esposizione Universale del 1911 che si tiene a Valle Giulia per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia e del regno. Nella stessa occasione è realizzato viale delle Belle Arti e Ponte Flaminio (poi Ponte Risorgimento), per il collegamento con la zona di piazza d’Armi oltre il Tevere, dove si svolgeva l’Esposizione Regionale Etnografica. In quegli anni inoltre nascono alcuni circoli sportivi sulle rive del Tevere e impianti sportivi. dalle altura di Piazzale delle Muse (Antico Tiro a Segno) fino alla sponda del Tevere (Cinodromo, Stadio della Rondinella per le partite di calcio). Questa scelta urbanistica di installare in questa zona di Roma infrastrutture a carattere sportivo sarà poi confermata con la costruzione del Villaggio Olimpico.

Nel Piano Regolatore del 1909, le difese della città sono spostate oltre i forti del campo trincerato: per la Flaminia e la Cassia, principali accessi da nord, per esempio, le difese sono essere posizionate all’altezza del lago di Bracciano. La piazza d’armi è spostata a Tor di Quinto, liberando i terreni sotto Monte Mario e quelli da Porta del Popolo a Ponte Milvio.

Nel nuovo piano regolatore, nasce il disegno unitario del quartiere Flaminio prevedendone uno sviluppo residenziale, integrato da importanti attrezzature urbane. Giardini sono previsti nelle aree libere e sui Parioli e vengono salvate le aree verdi delle ville (Villa Glori, Villa Flaminia). Oltre viale Tiziano, nella piana alluvionale tra Tevere e Monti Parioli, Il piano disegna un grande parco in cui è inserito l’Ippodromo di Villa Glori e gli altri impianti sportivi.

In tale contesto, il quartiere Flaminio fu pensato in maniera nuova rispetto al secolo precedente, con la prosecuzione del lungotevere sinistro fino a Ponte Milvio e la costruzione di tre ponti. Il primo, in corrispondenza dell’attuale via Fracassini. lo avrebbe collegato al futuro quartiere di Piazza d’Armi sull’altra riva del fiume. Dal secondo, in corrispondenza dell’attuale Ponte della Musica costruito ottanta anni dopo, si sarebbe impostato un tridente viario che, da una piazza rettangolare (l’attuale piazza Gentile da Fabriano), si irradiava verso la Flaminia articolandosi in lottizzazioni delimitate da percorsi secondari; a loro volta, questi erano perpendicolari agli assi maggiori e si flettevano verso sud lungo il confine di Villa Oblieght (oggi Villa Flaminia) e a nord di una piazza quadrata. Ancora verso la via Flaminia tre piazze segnavano l’innesto con la strada consolare prima della strettoia del Nuovo Ponte Risorgimento ??

Nel 1912 inizia la costruzione del Ministero della Marina (oggi Ministero della Difesa – Palazzo Marina) e i venti di guerra cominciano a soffiare. Nonostante le proposte di Armando Brasini del 1916 e le varianti al Piano proposte dall’Associazione Artistica fra i Cultori di Architettura, tra il 1914 e il 1919, con la prima guerra mondiale e edificato un vasto insieme di caserme (la caserma Montello, le Officine meccaniche dell’Esercito, e l’attuale Scuola di perfezionamento per le Forze di Polizia) allineate sul via Guido Reni a saturare quasi completamente il triangolo tra la Flaminia stessa e i futuri viale del Vignola e viale Pinturicchio. L’insieme comprendeva anche la villa Oblieght e una lottizzazione di case a schiera costruita tra il 1909 e il 1916 su via Bernardo Celentano (l’attuale Piccola Londra), separata dalla villa dall’attuale via Donatello.

Pagine correlate: Storia del Quartiere Flaminio fino al 1869, Storia del Quartiere Flaminio dal 1915 al 1959, Storia del quartiere Flaminio dal 1960 a oggi,

Quartiere Flaminio

FL1 Zona Flaminio 1. Veduta aerea. 1910 Il quartiere Flaminio è su una striscia di terra di origine alluvionale tra il fiume e le colline dei Parioli attraversata dalla via Flaminia, da Porta del Popolo a Ponte Milvio. I Romani la chiamavano Prata Flaminia  e per millenni questa area pianeggiante é stata regolarmente sommersa dalle acque del Tevere. L’area diventa abitabile solo a fino Ottocento dopo la realizzazioni degli argini del Tevere e il Flaminio è uno dei quartieri che nasce con il Piano Regolatore del 1909, fuori le Mura Aureliane: il quartiere numero I, come si legge sulle targhe stradali delle sue strade e piazze. Continue reading

Circoli Canottieri

rcm-porto-di-ripetta-e-passeggiata-di-ripettaNel Municipio II sono numerosi i circoli sportivi in cui si pratica il canottaggio.

Quell’enorme opera che a fine Ottocento separa la città dal suo fiume, i muraglioni del Tevere e gli argini di terra a monte di Ponte Risorgimento, non impediscono a numerosi romani di continuare a frequentarlo. Sono chiamati “fiumaroli”. Anche nobili e borghesi non disdegnano di trascorrere il tempo libero sul fiume. Nel 1867 alcuni membri della Società Ginnastica Serny in gita sul fiume a bordo di un vecchio pattino, a causa delle loro maglie rosse sono scambiati per garibaldini e presi a schioppettate dalle sentinelle pontificie a Ponte Sant’Angelo.

Grazie ai circoli, negli anni ’70 dell’Ottocento il nuoto e il canottaggio sono state una le prime discipline sportive moderne praticate nella città. Da allora inizia l’insediamento dei circoli di canottieri si sviluppa lungo la riva sinistra a monte di Ripetta. Nel 1897 esistono quattro club dediti alla voga sportiva. Il più prestigioso era il Reale Club Canottieri del Tevere, filiazione del Serny, con un galleggiante a fiume e uno chalet a due piani sulla “poetica” passeggiata di Ripetta.

I circoli canottieri oggi operanti nel Municipio II sono:

  • Reale Circolo Canottieri Tevere Remo in (lungotevere in Augusta, Campo Marzio
  • Canottieri Navalia in lungotevere Arnaldo da Brescia, Campo Marzio ??
  • Rari Nantes in lungotevere Arnaldo da Brescia, Campo Marzio ??
  • Circolo Canottieri Lazio in lungotevere Flaminio
  • Circolo Canottieri Roma in lungotevere Flaminio
  • Circolo Ufficiali Marina Militare in lungotevere Flaminio
  • Circolo Canottieri Todaro in lungotevere Flaminio
  • Circolo Canottieri Aniene in via Enrico Elia
  • Reale Circolo Canottieri Tevere Remo (Sede Sportiva) in lungotevere dell’Acqua Acetosa

Lungo il fiume, a partire dal ventennio fascista, ai circoli canottieri si aggiungono i circoli del “dopolavoro”riservati a dipendenti di Ministeri e altre organizzazioni pubbliche. Tra di essi citiamo il Circolo Ufficiali Marina Militare in lungotevere Flaminio, il Circolo Ministero degli Esteri in lungotevere Thaon di Revel

Pagine correlate: Il Flaminio e il fiume,

Via Flaminia

Giulio Gra

giulio-graL’ing. Giulio Gra merita una particolare menzione in quanto ha dedicato la maggior parte del suo lavoro di progettista ad opere che sorgono nel Municipio II.

Giulio Gra nasce a Roma nel 1900, ingegnere, allievo di Guglielmo Calderini, Gustavo Giovannoni e Pietro Aschieri, fratello dell’ing. Eugenio Gra, Direttore Generale dell’Associazione Nazionale AutoStrade, che costruì il Grande Raccordo Anulare intorno a Roma (il GRA appunto).

Il suo primo incarico professionale, nel 1926, è la progettazione e realizzazione di cinque villini in via di villa Sacchetti, poi realizza villa Caracciolo di Brienza in via Ulisse Aldrovandi, due palazzine a corso Trieste (prima del Liceo Giulio Cesare) e sette villini in via Giuseppe Mangili e piazza Don Minzoni, tutte opere realizzate tra il 1927 e il 1931.

Nel 1928 progetta e realizza due grandi edifici per abitazione lungo la via Flaminia. Il primo è tra lungotevere delle Navi, via delle Belle Arti e Via Flaminia e rappresenta un elemento di connessione tra le strade poste su differenti quote altimetriche. Il secondo edificio su via Flaminia, all’angolo con Piazza della Marina. Sono palazzi moderni sia per struttura, in cemento armato che per impianti e disposizione degli ambienti, ma l’imponente costruzione si rifà in modo inequivocabile ai grandi palazzi rinascimentali romani.

La sua ultima opera è la cosiddetta Fortezza Navigante, il grande palazzo sul lungotevere Flaminio 80 all’angolo con piazza Antonio Mancini. La costruzione è finanziata e realizzata dalla sua stessa impresa e in quest’ultima opera possiamo rileggere criticamente il percorso progettuale della sua vita.

Muore nel 1958.