Ambasciata della Germania presso la Santa Sede

pi5-ambasciata-di-germania-presso-la-santa-sedeL’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede sorge tra via di Villa Sacchetti 4 e via dei Tre Orologi 22 dietro Villa Delfino su una delle strade più esclusive di Roma.
E’ una moderna costruzione  con mattoni a vista, che si inserisce perfettamente nel panorama urbano romano delle ville intorno e ospita sia la residenza dell’Ambasciatore sia la cancelleria con gli uffici del Corpo Diplomatico. Continue reading

Adalberto Libera

Questa pagina delinea le principali opere di Adalberto Libera a Roma e, in particolare, nel Municipio II.

  • il Villaggio Olimpico,
  • gli edifici della Mostra della Rivoluzione Fascista a via Nazionale e a Valle Giulia, in particolare questi ultimi, su via Antonio Gramsci, sono stati utilizzati per ampliare la Galleria di Arte Moderna,
  • il Palazzo delle Poste in via Marmorata,
  • il Palazzo dei Congressi all’EUR.

Un’altra opera notissima di Adalberto libera è villa Malaparte a Capri, sul promontorio di Pizzo Falcone.

Per approfondire: http://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/Adalberto-Libera/

Ugo Luccichenti

Questa pagina delinea le opere di Ugo Luccichènti, (Isola del Liri 1898 – Roma 1976), ingegnere e architetto, figura fondamentale nel trentennio 1935 1965 nel campo dell’edilizia residenziale privata.

Ugo Luccichenti, sostenuto da una severa disciplina professionale venata di spregiudicatezza e sperimentalismo, si è dedicato soprattutto all’edilizia residenziale privata, divenendo una figura fondamentale nel trentennio 1935.1965. Suo fratello è l’architetto Amedeo Luccichenti, progettista di molte opere a Roma tra cui il Villaggio Olimpico.

Luccichenti ha realizzato esclusivamente edilizia residenziale in stretto rapporto con la Società Generale Immobiliare, società protagonista dello sviluppo urbanistico e immobiliare della capitale in tutto il secolo scorso sia attraverso nuove costruzioni (Cassia, Colombo, Monte Mario, Esquilino, Talenti, Vigna Clara, Casal Palocco, Olgiata, ecc.) sia e i famosi “sventramenti” urbani, all’Esquilino e intorno al Vaticano, sotto il cui controllo la società passò dopo i Patti Lateranensi del 1929.

Nella sua opera Ugo Luccichenti riusce in qualche modo a coniugare le esigenze di profitto della Immobiliare con una architettura estrosa ed una ricerca compositiva che fosse comunque funzionale e vivibile; riusciva ad eseguire progetti curati e definitivi senza ripensamenti e modifiche in corso d’opera, cosa che velocizzava l’edificazione e dava garanzie sui preventivi dei costi, cercando sempre la soluzione realizzativa più economica anche grazie alla capacità di sfruttare completamente le aree edificabili adattandovi i suoi progetti; al contempo mantenne sempre una certa sensibilità razionalista e sperimentalista, con l’attenta scelta dei materiali, la cura dei particolari, la scelta di soluzioni architettoniche oculate, funzionali e dall’effetto estetico mai banale. Sempre, come scrive Elia Manieri, con “spregiudicatezza, sperimentalismo, volontà di successo e profonda disciplina professionale”, tratti caratteristici della sua forte personalità.

Luccichenti è attento ai temi introdotti dal “razionalismo”, filtrati però attraverso quella particolare visione monumentale dell’architettura che caratterizzò l’ambiente romano di quegli anni.

Nel dopoguerra continua a lavorare, quasi esclusivamente a Roma, sul tema della residenza per una committenza borghese. La notevole espansione urbana è dominata dalle regole della speculazione edilizia e lavorare per una committenza privata significa spesso per un architetto dover accettare i condizionamenti imposti dalla ricerca del massimo profitto. In contrasto con questa tendenza Luccichenti cercò di salvaguardare una dignità professionale portando avanti una personale ricerca compositiva. Facilitato nei rapporti sociali dal carattere estroverso e solare, la sua elevata e riconosciuta professionalità gli consentì di realizzare un numero consistente di architetture. Il suo linguaggio diventa infine eclettico e sperimentale, spaziando dal manierismo razionalista a soluzioni quasi espressioniste, nella costante volontà di sorprendere attraverso un’articolazione spaziale o una caratterizzazione strutturale. E’ un progettista solido, attratto contemporaneamente dalle innovazioni formali e dal rigore della costruzione, da lui approfondita fino al minimo dettaglio nel progetto. Nell’ambiente architettonico romano e nazionale vive lontano dai maestri e dalle correnti di pensiero, preferendo la professione al confronto sulle teorie dell’architettura. E’ amico dei pittori M. Maccari, A. Donghi e G. Capogrossi, e alla fine della sua carriera inizia a dipingere lui stesso, coltivando anche un grande interesse per la musica.

Nel 1952, con il progetto e la successiva realizzazione del complesso residenziale di Belsito, inizia una lunga collaborazione con la Società generale immobiliare, dalla quale ricevette numerosi incarichi. Tra il 1957 e il 1960 realizzò, su incarico dell’INA-Casa e con M. Manieri Elia, M. Nicoletti e L. Rota, il progetto per case in linea a Margherita di Savoia, in provincia di Foggia. Tra il 1958 e il 1965 lavorò con Adalberto Libera, Mario Paniconi, Giulio Pediconi e G. Vaccaro alla sistemazione urbanistica del quartiere di Casalpalocco su incarico della Società Generale Immobiliare. Per la stessa società realizza con E. Pifferi e A. Ressa l’albergo Cavalieri Hilton sulla collina di Monte Mario. Negli ultimi anni della sua vita costruì diverse ville, anche una per sé e sua moglie a Saturnia, nelle quali sembrò preferire soluzioni costruttive e formali della tradizione allo sperimentalismo che aveva caratterizzato la sua lunga attività professionale. Tra il 1969 e il 1976, infine, si dedicò alla pittura, morì a Roma nel 1976.

Sono gli anni in cui nasce il genere della palazzina che caratterizza l’abitazione della nuova classe borghese urbana.

Ha collaborato ai piani regolatori di Frascati e Castel Gandolfo, e ha elaborato progetti per l’aeroporto di Fiumicino e per il mercato ortofrutticolo di Roma si occupa della sistemazione di Casal Palocco (1958-1965) dove reralizza delle ville. Successivamente realizzò alcune ville e villini e nel 1969 cessò la sua attività dedicandosi alla pittura.

Opere di Luccichenti nel Municipio II e dintorni sono:

  • palazzina in via Panama 22 (1935 – 1937);
  • palazzina in via Lima 4, angolo via Polonia, del 1935-1937,
  • palazzina in via Panama angolo via Polonia, del 1935-1937,
  • palazzina in via Panama 102, del 1935-1937,
  • palazzina via Giovanni da Procida (1936 – 1938);
  • palazzina in via Gian Battista De Rossi (1938);
  • palazzetto Papi in lungotevere Flaminio (1935 – 1938);
  • palazzina in viale del Vignola (1939 – 1941);
  • sistemazione edilizia della zona di Porta Angelica (1939-1941),
  • palazzina Bornigia, in piazza delle Muse 6-7 (1940-1941), nella quale il fronte principale rinuncia alla materialità del muro e si trasforma in un telaio disegnato dai pilastri, sul limite della facciata, e dalle solette dei lunghi balconi in aggetto,
  • edificio IACP in viale Pinturicchio 93 (1948), , dove un partito di piccoli balconi in aggetto si sovrappone alla rigida stereometria del volume segnato, in orizzontale, dalla bucatura continua delle logge su piani alterni,
  • palazzina in via di San Valentino 16 (1948-1950) insieme con V. Monaco;
  • palazzina La Nave, in via Fratelli Ruspoli 10 (1946-1949);
  • palazzina Via Archimede 160, con Vincenzo Monaco e Amedeo Luccichenti (1950)(?);
  • palazzo edilizia intensiva via Montello (quartiere Delle Vittorie);
  • villa Petacci, in via della Camilluccia 355, razionalista, demolita
  • complesso residenziale in piazza Belsito (5 palazzine con il ristorante ora ufficio postale, ed il cinema interrato) (1952),
  • complesso di piazzale delle Medaglie d’Oro (1953), dove ha anche realizzato l’ufficio postale modello),
  • sede dell’Ente Nazionale Cellulosa e Carta (1953);
  • palazzina in via Archimede 185 (1953), nella quale l’aggetto del balcone e della pensilina, presente su ogni livello con la funzione di supporto all’avvolgibile continuo, conferisce all’insieme un caratteristico sviluppo orizzontale,
  • edificio intensivo in viale Libia 6-14 (1953-1954);
  • palazzina in largo Nicola Spinelli angolo via Giovanni Paisiello (1953-1954);
  • palazzina via Lisbona; palazzina via Carlo Evangelisti (Monte Mario);
  • edificio semintensivo in via Tagliamento 5-9 (1956-1959);
  • palazzina in via Tommaso Salvini (circa nel 1957) con Adalberto Libera, Mario Paniconi, Giulio Pediconi e Giuseppe Vaccari, un grande blocco a gradoni che segue la forte pendenza del terreno;
  • palazzina in via Francesco Denza … angolo piazzale del Parco della Rimembranza;
  • palazzina  in viale dei Parioli angolo via Antonio Stoppani al posto della Villa Villegas;
  • Hotel Hilton, albergo di lusso di otto piani fuori terra e tre interrati che domina Roma su Monte Mario, realizzato 1960-1963 fu in collaborazione con Pifferi e Ressa dalla Società Generale Immobiliare. L’edificio ha un grande impatto visivo sulla sky line della città. E’ costruito nell’area in cui era previsto un piazzale panoramico e duramente contestato per il suo impatto sia sul centro storico che sulla zona, di cui ha modificato i rapporti paesistici e le successive scelte urbanistiche

Pagine correlate: Ugo Luccichenti. Opere nel Municipio II, Luccichenti e gli anni del boom. Un itinerario in bici di Maria Laura Rodotà,

Mario De Renzi

Mario De Renzi (Roma, 1897-1967) è uno tra i più importanti architetti e urbanisti che operano a Roma nel ventennio fascista, caratterizzato da uno stile estremamente vario: nei primi anni di lavoro si rifà a uno stile tradizionale e al barocchetto romano ma successivamente realizza importanti palazzine razionaliste, quali la palazzina Furmanik.

Mario De Renzi già nel 1919 è entrato nello studio di architettura di Alberto Calza Bini, poi partecipò a vari con concorsi finché nel 1925 progetta con Luigi Ciarrocchi, le case per i dipendenti del Governatorato di Roma a piazza Mazzini.

Il linguaggio adottato è il barocchetto ma già nel 1926 in un progetto eseguito in gruppo con Piero Aschieri al barocchetto preferisce uno stile che si richiamava ai caratteri dell’architettura romana. Nel 1927, sempre insieme a Ciarrocchi, progetta le case popolari e negozi in via Andrea Doria, nel quale sperimenta una nuova articolazione dei volumi, caratterizzati con piano di basamento in mattoni, destinato a negozi, balconi con ringhiera che dividono il basamento dalle abitazioni sovrastanti, larghe superfici lisce segnate da marcapiani e cornici, in una sorta di loggiato all’ultimo piano. Sono questi motivi che esprimono in chiave moderna il “carattere storico locale”, al quale dovevano richiamarsi i progetti per abitazioni popolari e impiegatizie.

Nel 1931 è incaricato dalla impresa di costruzioni Federici, della progettazione di un gruppo di case economiche a viale XXI Aprile. Il complesso (1932-1937), detto Palazzo Federici, composto da un unico grande edificio continuo intorno a due grandi corti articolate, 26 blocchi unificati con 442 appartamenti, 70 negozi, autorimesse e un cinema-teatro con 1600 posti (quest’ultimo ora supermercato) è oggi uno dei più notevoli esempi di edilizia popolare a Roma negli anni fra le due guerre.

Nel corso degli anni Trenta collabora anche con Adalberto Libera, con il quale realizza il palazzo postale all’Aventino, con chiari motivi futuristi. Sempre negli anni Trenta, progetta o costruisce per i privati una serie di edifici di edilizia popolare finché nel 1940-1941 progetta e costruisce uno dei più interessanti edifici romani dell’anteguerra: la palazzina Furmanik al lungotevere Flaminio. Il volume squadrato dell’edificio, di intonaco bianco con un disegno a quadrati, è scavato sul fronte verso il fiume da una serie di logge continue e vetrate, con schermature mobili che ridefiniscono l’immagine compatta dell’insieme. Questa soluzione sembra quasi porsi come modello ripetibile lungo l’intero fronte del lungotevere.

Nel dopoguerra la sua attività è caratterizzata – oltre che dalla progettazione e realizzazione di edifici per uffici, di abitazioni singole (fra le quali la propria casa a Sperlonga del 1952-1955) e da interventi di ristrutturazione di edifici esistenti – anche da una serie di interventi per il Piano INA Casa. Nelle sue palazzine spesso elimina la corte interna, definisce un primo piano in mattoni destinato alle botteghe, superiormente muro liscio intonacato e balconi con ringhiera, un loggiato arretrato all’ultimo piano.

Nel Municipio II citiamo le palazzine in via Oreste Tommasini (1950) e, nelle vicinanze, il palazzo dell’YMCA in via Solferino (1950-1954).

Altre opere nel Municipio II e dintorni:

  • case di abitazione per i dipendenti del Governatorato di Roma a piazza Mazzini (1925), con Luigi Ciarocchi (Quartiere Delle Vittorie);
  • palazzo in Piazza Perin del Vaga nel complesso ICP Flaminio II (1925-1927), insieme a Limongelli e Wittinch;
  • Villino di via Eleonora Fonseca Pimentel 2, (1927) in stile barocchetto romano – liberty (Quartiere Delle Vittorie);
  • palazzina in via Panama, piazza Cuba, via Lima progettato con G. Mosca (1929-1930, terminata nel 1953) in stile neoclassicico movimento Novecento;
  • Palazzina Gentile, in via Panama
  • case per i dipendenti del ministero dell’Agricoltura e Foreste con Renato  Nicolini e F. Ramasso (1951-1952);

Il fondo De Renzi è conservato presso l’Accademia di san Luca. Regesto delle opere: www.accademiasanluca.eu/fondo-de-renzi.pdf

Per approfondire: Mario De Renzi, l’architettura come mestiere, www.treccani.it/enciclopedia/mario-de-renzi_(Dizionario-Biografico)/i/,

Palazzina Furmanik

La Palazzina Furmanik è in lungotevere Flaminio 18 e costituisce uno dei più rilevanti esempi del razionalismo romano. Qualche critico si è sbilanciato a definirla la più bella palazzina romana.

La Palazzina porta il nome del committente ed è costruita dal 1935 al 1938 su progetto di Mario De Renzi, Giorgio Calza Bini e Pietro Sforza.

Il fronte principale in aggetto verso il Tevere viene scavato in profondità da una serie di logge sovrapposte, sviluppate senza soluzione di continuità, lungo l’intera estensione del prospetto, a richiamare l’orizzontalità del corso fluviale. Negli altri fronti prevale la continuità della superficie muraria, uniformemente bucata da forature, che si ripetono con un unico modulo. Il volume squadrato dell’edificio, sembra quasi porsi come modello ripetibile lungo l’intero fronte del lungotevere.

Ultimamente ne è stata cambiata la destinazione d’uso, da abitazioni ad uffici, e un improvvido intervento di ristrutturazione ha pesantemente mortificato la coerenza figurativa dell’impianto eliminando le persiane scorrevoli, che proteggevano gli ambienti interni dalla luce meridiana e facevano vibrare il fronte, e aggiungendo, sul lato posteriore, una scala antincendio esterna.

Il progetto prevedeva la realizzazione di due palazzine simmetriche rispetto a via Canina, ma la seconda non fu mai costruita.

In questa area tra via Flaminia e il fiume nel Settecento e nell’Ottocento c’era una delle tante osterie che sorgevano lungo la via: era la Bevitoria di Sant’Andrea, riprodotta a fine Settecento in una acquaforte acquarellata di L.Merigot (coll.priv. Comune Roma). In questa acquaforte peraltro, è ben visibile, in alto sul colle, il belvedere di Villa Balestra. Siamo al vertice di una profonda ansa dove nel Cinquecento sono fatti continui lavori di protezione degli argini. Nell’Ottocento questa ripa si chiama Albero Bello e, all’inizio del Novecento, ci si insedia la Società Sportiva Lazio con il Circolo Canottieri Lazio. Negli stessi anni, nell’area da qui a viale Tiziano si inizia a realizzare il complesso ICP Flaminio I, successivamente demolito. L’unico edificio rimasto di quell’intervento è il palazzo tra viale Tiziano e via Flaminia.

Per approfondire: www.archidiap.com/opera/palazzina-furmanik/

Nei dintorni: via Flaminia, da Belle Arti a piazzale Manila, Circolo Canottieri Lazio, piazzale delle Belle Arti,

Lungotevere Flaminio

fl2-giacomo-balla-la-citta-che-avanza-1942Lungotevere Flaminio è la prosecuzione di lungotevere delle Navi, da piazzale Belle Arti (in corrispondenza di ponte Risorgimento) a piazza Antonio Mancini (in corrispondenza di ponte Duca d’Aosta), dove il grande viale lungo il fiume prosegue con il nome di lungotevere Thaon di Revel. Come tutti i lungotevere è stato realizzato sugli argini di contenimento del fiume. Continue reading

Giulio Gra

giulio-graL’ing. Giulio Gra merita una particolare menzione in quanto ha dedicato la maggior parte del suo lavoro di progettista ad opere che sorgono nel Municipio II.

Giulio Gra nasce a Roma nel 1900, ingegnere, allievo di Guglielmo Calderini, Gustavo Giovannoni e Pietro Aschieri, fratello dell’ing. Eugenio Gra, Direttore Generale dell’Associazione Nazionale AutoStrade, che costruì il Grande Raccordo Anulare intorno a Roma (il GRA appunto).

Il suo primo incarico professionale, nel 1926, è la progettazione e realizzazione di cinque villini in via di villa Sacchetti, poi realizza villa Caracciolo di Brienza in via Ulisse Aldrovandi, due palazzine a corso Trieste (prima del Liceo Giulio Cesare) e sette villini in via Giuseppe Mangili e piazza Don Minzoni, tutte opere realizzate tra il 1927 e il 1931.

Nel 1928 progetta e realizza due grandi edifici per abitazione lungo la via Flaminia. Il primo è tra lungotevere delle Navi, via delle Belle Arti e Via Flaminia e rappresenta un elemento di connessione tra le strade poste su differenti quote altimetriche. Il secondo edificio su via Flaminia, all’angolo con Piazza della Marina. Sono palazzi moderni sia per struttura, in cemento armato che per impianti e disposizione degli ambienti, ma l’imponente costruzione si rifà in modo inequivocabile ai grandi palazzi rinascimentali romani.

La sua ultima opera è la cosiddetta Fortezza Navigante, il grande palazzo sul lungotevere Flaminio 80 all’angolo con piazza Antonio Mancini. La costruzione è finanziata e realizzata dalla sua stessa impresa e in quest’ultima opera possiamo rileggere criticamente il percorso progettuale della sua vita.

Muore nel 1958.

Stazione Tiburtina

La Nuovo Stazione Tiburtina – Alta Velocità di Roma è sul piazzale della Stazione Tiburtina, sotto il viadotto della Tangenziale Est, ormai non più utilizzato per lo scorrimento veloce, tra la circonvallazione Nomentana e la Circonvallazione Tiburtina.

La nuova Stazione Tiburtina è caratterizzata da uno sviluppo bipolare che cerca di riconnettere spazialmente fisicamente il quartiere Nomentano con quello di Pietralata, dall’altra parte dei binari.

La grande galleria pedonale costruita sui binari si propone come stazione ponte ma anche come boulevard urbano coperto, occasione di scambio intermodale, sociale e urbano all’interno del quale galleggiano volumetrie sospese.

All’ingresso della stazioni la stele di Cavour.

Oggi tutta l’area è interessata da importanti cantieri e trasformazioni che ruotano intorno alla stazione.

Per approfondire:

Nei dintorni: Cimitero Verano, Stabilimento Ittiogenico, 

Ma è una stazione o un ponte sulla ferrovia?

no4-stazione-tiburtina-interniLa Stazione Tiburtina – Alta Velocità di Roma è sul piazzale della Stazione Tiburtina, vicino la via Tiburtina, sotto il viadotto della Tangenziale Est, ormai non più utilizzato per lo scorrimento veloce, tra la circonvallazione Nomentana e la Circonvallazione Tiburtina.
La nuova stazione, realizzata nel … , è un ponte sul fascio di binari sulla linea nord di Roma e quindi caratterizzata da uno Continue reading

Palazzo della Rinascente

Il palazzo della Rinascente sorge in piazza Fiume, all’angolo con via Salaria.

Il palazzo è stato realizzato dal 1957 al 1961 da Franco Albini e Fanca Helg.

E’ l’unica opera realizzata a Roma da Franco Albini (1905-1977), un architetto che è stato per quasi quarant’anni una delle figure di maggior spicco della cultura architettonica italiana. Milanese di formazione, nel dopoguerra ha insegnato nelle facoltà di architettura di Venezia, di Torino e di Milano. Dal 1951 alla sua morte, ha lavorato in collaborazione con Franca Helg.

Insieme all’edificio polifunzionale in via Campania e all’edificio in via Torino di Adalberto Libera, Leo Calini ed Eugenio Montuori, questo palazzo esprime quanto di meglio sia stato realizzato a Roma intorno al 1960 ed è considerato uno dei migliori esempi di inserimento di un edificio contemporaneo nel tessuto storico della città di Roma. Il palazzo infatti, seppur modernissimo, dialoga con l’edificio di fronte e insieme ricreano, a pochi metri dalla demolita Porta Salaria, una porta di accesso non verso il centro della città ma verso i nuovi quartieri novecenteschi.

In realtà, in questo progetto Albini denota una straordinaria capacità di risolvere in chiave moderna alcuni dei temi formali tipici della tradizione architettonica romana, in particolare il forte chiaroscuro e l’articolazione plastica delle facciate cinquecentesche e baroccheIl palazzo, seppur modernissimo, dialoga con l’edificio di fronte e insieme ricreano, a pochi metri dalla demolita Porta Salaria, una porta di accesso non verso il centro della città ma verso i nuovi quartieri novecenteschi.

Funzionalmente il tema da risolvere era del tutto anonimo: un grande magazzino di 10 piani (tre nel sottosuolo e sette fuori terra) organizzato in maniera tale da avere nei piani inferiori i depositi e le centrali, nel piano più alto gli uffici e nei livelli intermedi sette piani di vendita, il più possibile uguali tra loro in modo da poter essere adattati alle diverse esigenze commerciali. Inutili le finestre, data la necessità di illuminare e aerare artificialmente gli spazi destinati al pubblico.

La soluzione figurativa era quindi necessariamente affidata al carattere dell’involucro esterno, risolto in un particolare rapporto tra struttura portante metallica e pannelli di tamponatura. La prima è scomposta nei suoi elementi portanti (travi e pilastri) che vengono poi montati su due piani diversi, in maniera da conservare ciascuno la propria riconoscibilità, secondo un criterio di ispirazione neoplastica. La trave aggetta quindi vistosamente sul filo del pilastro ed è di conseguenza appoggiata su di un piccolo capitello.

Il suo valore di modanatura è accentuato dal gioco delle scossaline, delle architravi, dei canali per l’illuminazione, dei cassonetti delle tende del piano terreno, dei canali di gronda, delle rotaie per il carello di pulizia della facciata, tutti elementi realizzati con profilati metallici che marcano l’edificio in senso orizzontale. Queste membrature si proiettano su di un piano di facciata caratterizzato da una serie crescente di ondulazioni (dal basso verso l’alto) costituite da una corrugazione del pannello di facciata che contiene le canalizzazioni dell’impianto di condizionamento, i pluviali e i condotti dell’impianto antincendio. il pannello è diviso orizzontalmente in 4 parti, una delle quali è costituita da una fascia color avorio che disegna un elemento continuo sulle pareti.

E realizzato con una graniglia di granito e marmo rosso che ripropone i toni cromatici dell’intonaco romano a base di pozzolana. L’edificio realizzato costituisce la nuova versione di un primo progetto elaborato tra il 1957 e il 1958. Questo prevedeva tra l’altro di destinare a parcheggio gli ultimi 2 piani dell’ edificio che potevano essere raggiunti da una coppia di elevatori meccanici. Diverso era il partito della facciata, determinato da portali con interasse di 3 m, mentre il fronte verso piazza Fiume era caratterizzato dallo sbalzo della scala metallica destinata al pubblico. Le pareti esterne erano rivestite con lastre di travertino.

Per approfondire: www.archidiap.com/opera/la-rinascente-3/

Bibliografia essenziale:

  • «Casabella», n. 223, gennaio 1959 (il primo progetto); n. 241, luglio 1960; n. 257, novembre 1961;
  • «L’Architettura», n. 75, gennaio 1962; «Domus», n. 389, aprile 1962;
  • Architettura italiana contemporanea, pp. 144-47;
  • Cronache di architettura, voI. IV, n. 386, pp. 284-89;
  • Albini-Helg, La Rinascente, a cura di L. Fiori e M. Prizzon, Ed. Abitare Segesta, Milano 1982.

Nei dintorni: Villa Albani, via Bergamo, piazza Alessandria, Stabilimento della Birra Peroni,