Alberi del Municipio

Questa pagina parla degli alberi presenti nel Municipio II e fa un cenno alle loro origini leggendarie, così come sono riportate nelle mitologie dei diversi paesi.

Acero americano, Acer negundo, in via dell’Arancera a Villa Borghese un esemplare di 460 cm di circonferenza. L’acero è un albero originario dell’area orientale del Nord America. Introdotto in Europa nel 1688, è tipico dei giardini e dei viali dell’Italia settentrionale e centrale ed è ormai nselvatichito lungo torrenti e fiumi.

Alloro. Dafne è una ninfa che rifiuta tutti i pretendenti perché preferisce vivere libera sui monti. Inseguita da Apollo e sul punto di essere violentata, in­voca l’aiuto della Madre Terra che la salva lasciando al suo posto una pian­ta di alloro. In realtà è accaduto che il dio degli invasori ellenici ha sedotto la dea indigena della natura e l’ha sostituita. Il culto del lauro sacro è ri­gorosamente vietato agli uomini, a Delfi la masticazione delle sue foglie è riservata a una sacerdotessa, la Pizia. La corona di lauro è il dono che le muse concedono a coloro che onorano la poesia.

Pino, Dopo aver combattuto al fianco di Re Artù, Mago Merlino si ritira nella foresta con la Fata Vivienne, nella casa di vetro sulla cima di un pino, per allontanarsi dalla società degli uomini e stare un po’ più vicino al cielo.

Leccio, Quercus ilex, accanto al Tempio di Esculapio a Villa Borghese (460 cm di circonferenza), ancora dentro Villa Borghese c’è un leccio (circonferenza di 4,5 metri) della stessa specie ed età (circa 300 anni) di quello piantato all’Alberone abbattuto e sostituito nel 1986. Guidato da due colombe, Enea cerca l’albero dal ramo d’oro e lo trova su un leccio, la quercia sempreverde. Il ramo d’oro è il vischio, il cuore del­l’albero che continua a battere anche quando i suoi rami sono secchi, pro­messa di vittoria sulle ombre del regno di Plutone. Presso il lago di Nemi, si svolge un rito durante il quale chi lo trova può affrontare in duello mortale il rex nemorensis, il sacerdote di Diana, e prendere il suo posto.

Edera. L’edera nasce dal contatto del fulmine di Zeus con la terra Semele. Ha un ciclo stagionale opposto alla vite, come questa ricorda i serpenti e necessita di supporto per sostenersi. Dissipa i vapori del vino e induce stati di alterazione di coscienza analoghi al delirio dionisiaco. Nettare e ambrosia, pozione divina di immortalità, scorrono dal tirso, circon­dato e protetto dall’edera. Le sue foglie incoronano Dioniso.

Quercia, Quercus robur. La prima madre degli uomini nell’Età dell’Oro è la quercia perché dalle sue ghiande si fa il pane, nutrimento primo delle popolazioni che non co­noscono la coltivazione. L’oracolo greco più antico è la quercia di Do-dona, dove Zeus si unisce a Dione, dea arcaica preellenica. Il Tempio di Giove sul Campidoglio si trova presso una quercia, ai cui rami Romolo appende i trofei sottratti ai nemici. Per il fuoco perpetuo del Tempio di Vesta deve essere consumato esclusivamente legno di quercia. Il tribu­nale celtico si riunisce ai suoi piedi, ovunque è sacra e protetta da leggi severissime che condannano a morte chiunque la abbatta senza necessità.

Platano, Platanus orientalis, a Villa Borghese, nella Valle dei Platani, ce ne sono nove esemplari di oltre 400 anni di età (circonferenza fra i 610 e i 565 cm). Questi platani possono essere considerati gli alberi più vecchi presenti a Roma. Intorno al ‘600 ne vennero piantati quaranta, oggi ne sono rimasti una decina: si tratta di piante che portano con sé buona parte della storia della città. Vicino alla Galleria Borghese ci sono due esemplari (circonferenza 520 e 470 cm). Nel tronco di un grande platano, luogo di rigenerazione, Zeus sposa Europa. Sotto un platano Ulisse riceve un’apparizione fantastica, pre­sagio della futura vittoria sui troiani. Marco Polo descrive con stupore alberi sconosciuti e fantastici come l’Albero Solo, un platano che segna il confine tra Oriente e Occidente.

Cedro del Libano, Cedrus libani, in viale dell’Orologio (circonferenza 645 cm), nel parco di Villa Borghese un esemplare di 5 metri di circonferenza, a Villa Torlonia due esemplari (circonferenza 590 e 465 cm) inoltre vicino all’ingresso sulla Nomentana un albero di circa 200 anni alto 30 metri con una circonferenza di quasi 5 metri. A Roma ci sono più cedri del Libano che in tutto il Medio oriente. Osiride, dio dei cicli annuali dalla natura e della piena del Nilo è chiu­so proditoriamente dal fratello Seth in una cassa di legno di cedro, sim­bolo di immortalità, e gettato nel fiume. Iside lo ritrova nella colonna di un tempio, il loro figlio Horus sconfigge Seth e realizza l’unità dell’Egitto.

Cipresso. A piazza Melozzo da Forlì, il cerchio di cipressi che vediamo oggi deriva da quello piantato dai botanici francesi a inizio Ottocento quanto inizia la sistemazione, subito interrotta, del Parco de Gran Cesare. Ciparissio uccide per errore il suo amico cervo, simbolo di rinascita. Il suo dolore è inconsolabile e per questo si trasforma in cipresso, l’albe­ro sempre triste.

Palma. All’origine dell’iconografia dell’albero della vita fin dall’epoca sumera, c’è la palma, equivalente della quercia nelle regioni desertiche, dove il dattero è risorsa alimentare primaria. È un albero-fiore il cui tronco è formato dalla base delle foglie-rami cadute, per questo associato all’A­raba Fenice. Per dare frutti deve essere fecondata da una pianta ma­schile: artificialmente, secondo una pratica sacrale antichissima, oppu­re spontaneamente, protendendo i rami come per abbracciarsi.

Seth consegna al padre Adamo, in punto di morte, i tre semi che gli aveva consegnato l’angelo da cui nascono tre piante: un cedro, un ci­presso e una palma, che diventano un unico albero simbolo della Tri­nità. Gli ebrei lo tagliano e ne fanno un ponte che la regina di Saba ri­fiuta di calpestare perché predestinato a essere il legno della Croce.

Albero della Canfora, Cinnamomum camphora. Una magnifica canfora che si trova vicino Termini, in via Cernaia, che ha un circonferenza di 430 cm.

Il quartiere Flaminio e il fiume

fl2-raduno-di-canottieriOggi è il Tevere è il confine del quartiere Flaminio e del Municipio II. Ma quello che oggi è solo un ostacolo da superare è stato per secoli il vero protagonista dei luoghi.

La città di Roma è stata fondata sui sette colli per dominare il guado del fiume in corrispondenza dell’isola Tiberina e la città prende il nome dal suo fiume. E’ Rodolfo Lanciani Continue reading

Villa Riccio. Approfondimento

Questa è una pagina di approfondimento di Villa Riccio.

Il complesso della Cooperativa di Villa Riccio è realizzato per una cooperativa di postelegrafonici nel 1919 su progetto di E. Negri insieme ad altri tecnici incaricati dal Ministro dell’Economia e delle Ferrovie pro tempore, ing. Vincenzo Riccio.

Il progetto del complesso è caratterizzato, in un primo tempo, da diverse palazzine di tre piani, con grande cura per i dettagli e con ampi spazi verdi interni (piazzette, cortili e giardini) che avrebbero dovuto fungere da punto di ritrovo per i residenti. Le prime palazzine dovevano essere circondate da terreni adibiti a orti, la Grande Guerra è terminata da poco, senza disdegnare una particolare cura nella scelta di piante pregiate da inserire nei giardini. Il progetto originario inoltre prevede in modo lungimirante la costruzione di box sotto ogni immobile e di un balcone per ogni appartamento.

Già nella fase preliminare dei lavori però devono essere adottate delle modifiche. Intanto per la scoperta di una falda acquifera piuttosto superficiale porta ad annullare quei box (garage). Inoltre, l’esigenza di assicurare una degna sistemazione a un consistente numero di famiglie induce i progettisti ad aumentare il rapporto tra le superfici edificate e quelle messe a verde, realizzando lungo il contorno del lotto palazzi di sei piani al posto delle palazzine a tre piani. Qualche altra economia scaturisce pure dall’eliminazione della quasi totalità dei balconi.

Nonostante questo, tutti gli edifici sono dotati di sottostanti cantine e locale lavatoio contumaciale (cioè a distanza). La Grande Guerra è ancora troppo vicina perché la mente non andasse a quei lavatoi , dove venivano lavati e bolliti i panni e le bende dei soldati feriti e dei portatori di malattie infettive. E quegli orti, originariamente previsti attorno ad alcune palazzine ma inizialmente non realizzati, fanno la loro temporanea apparizione ad opera di alcuni residenti durante la seconda guerra mondiale per sopperire alla scarsità di cibo.

Oggi la ormai ex Cooperativa Riccio (oggi Condominio) è strutturata su otto palazzi a sei piani e sedici palazzine a tre piani, all’interno del complesso e su lungotevere Flaminio, contrassegnati con numeri romani da I a XXV (la scaramanzia infatti consiglio l’esclusione del XVII).

La posa della prima pietra, presso quello che sarebbe dovuto essere il monumento dell’alza bandiera, avvenne il 19 ottobre del 1919, in una mattina fredda e cielo velato.

I centocinquanta invitati arrivano con carrozze, auto e camionette. Una volta scesi in corrispondenza dell’attuale ingresso grande di viale del Vignola, proseguono a piedi per qualche decina di metri su un tavolato provvisorio che copriva le strette rotaie della ferrovia a scartamento ridotto realizzata per lo spostamento dei materiali nel cantiere, fino a raggiungere il luogo designato per la cerimonia: l’attuale slargo dell’alza bandiera, al centro del futuro agglomerato.

Lì è stato predisposto un palco sorretto con travi di legno e sormontato da un grande drappo rosso amaranto bordato d’oro, a significare i colori comunali di Roma. L’on.le Vincenzo Riccio, che dopo qualche mese sarebbe diventato Ministro dei Lavori Pubblici, con un breve discorso, racconta della nascita della nuova Cooperativa (che allora non si chiamava Villa Riccio) e porta il saluto del Governo alle maestranze e ai convitati. Dopo essere sceso dal palco, prende una spatola, ci passa una mano di malta e, tra gli applausi, pone il primo mattone del complesso.

La madrina dell”evento, Leda Gys, una delle più famose attrici dell’epoca, allora allieva e amante del poeta Trilussa recita un sonetto del grande poeta dialettale dal titolo La Politica:
Ner modo de pensà c’è un gran divario: mi’ padre è democratico cristiano, e, siccome è impiegato ar Vaticano, tutte le sere recita er rosario;
de tre fratelli, Giggi ch’er più anziano è socialista rivoluzzionario; io invece so’ monarchico, ar contrario
de Ludovico ch’è repubbricano. Prima de cena liticamo spesso pe’ via de ‘sti principî benedetti:
chi vò qua, chi vò là… Pare un congresso! Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma ce dice che so’ cotti li spaghetti semo tutti d’accordo ner programma.

Alla procace attrice è offerto un mazzo di rose rosse e gli invitati si avviano verso un lungo bancone apparecchiato con pane casareccio, salame, lonza, olive, bino bianco e altre semplici leccornie. Non ci dimentichiamo infatti che allora lì siamo praticamente in campagna.

Ma la gente fa appena in tempo ad affollarsi intorno al tavolo e prendere le prime cose che comincia a piovere. Non essendoci riparo alcuno nel cantiere, non c’è scelta: tutti i convenuti escono su viale del Vignola per tornare a casa, non senza prima inzupparsi di pioggia e imbrattarsi completamente con il fango del cantiere. Ma nessuno si preoccupa, erano altri tempi!

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Bibliografia M.Matteucci. La va Flaminia

Considerazioni urbanistiche sul quartiere Flaminio

I piani regolatori del 1873 e del 1883 non si occupano di questa parte fuori delle mura, nella quale dominano ancora grandi ville suburbane. Ma la nuova capitale d’Italia cresce demograficamente e già nelle carte del 1889 e del 1891 si vedono disegnate ipotesi di lottizzazioni a fini edificatori, in forma prima embrionale e poi un poco più evoluta. La prima rappresentazione fa vedere una maglia continua di lotti che si interrompe solo sulla sponda del fiume. Ci sono solo piccoli spazi destinati a piazze ottenuti per sottrazione di singoli lotti. Tuttavia il raggio centrale del semicerchio dell’ansa già c’è e finisce in una piazza più grande, ottenuta per sottrazione di due lotti. Una seconda rappresentazione del 1891 è più raffinata e compiuta e compare per la prima volta l’asse ortogonale che attraversa la Flaminia, oggi via Guido Reni viale De Coubertin. Da una parte una lottizzazione, dall’altra un grande spazio a parco e per l’ippodromo.

Si tratta di disegni che anticipano solo di qualche anno l’impianto urbanistico del quartiere Flaminio che verrà prefigurato, pressoché nella sua forma attuale, dal Piano Regolatore del 1909 dove si prende atto della attesa di edificazione delle aree fino ad allora libere, e si dà loro un disegno all’interno del piano di crescita della intera città.

Il piano prevede non solo le edificazioni, ma anche le connessioni con l’altra sponda del Tevere (prima rappresentazione dell’attuale Ponte della Musica) e disegna, anche se in modo ancora approssimativo, le nuove aree trasformabili a villini dei Monti Parioli. Per la prima volta il piano regolatore è disegnato sulla base di un rilievo altimetrico, prodotto dall’Istituto Geografico Militare.
Il Piano regolatore del 1909 prevede anche una maglia di trasporti pubblici di superficie, affidata ad ampliamenti della rete tranviaria allora già presente. C’è già la previsione del passaggio del tram sul Ponte della Musica. Ed è già pienamente colta la importanza dell’asse ortogonale alla Via Flaminia, che dall’attuale Auditorium arriva a Piazza Maresciallo Giardino. La riconnessione dei nuovi quartieri del Flaminio e dei Parioli con Prati appena edificato e con il nascente quartiere delle Vittorie è già pensata anche con la previsione di un secondo ponte di collegamento di lungotevere Flaminio con l’attuale Via Timavo. Oltre che una chiara visione della relazione tra Villa Glori e Monte Mario, si prefigura una nuova connessione tra i due assi storici di Via Flaminia e Viale Angelico, che hanno da sempre segnato le due sponde del Tevere. Solo in epoca fascista, con la costruzione del Ponte Duca d’Aosta, si è introdotta una nuova direttrice per collegare con il centro il nuovo Foro Italico, direttrice mai completata che ha determinato il nodo ancora non risolto di Piazza Mancini.

Il disegno del 1908 non è esattamente quello realizzato, ma gli elementi formali sono rimasti gli stessi. Resta l’impianto basato su un triangolo con il lato lungo sulla Flaminia, resta il verde della Villa Flaminia, resta la scelta della dimensione dei lotti, resta la grande piazza sul Tevere in fondo a Via Guido Reni (piazza Gentile da Fabriano). Sulla base di questo disegno si iniziano a tracciare le strade e si realizzano i primi interventi residenziali, peraltro di edilizia pubblica.

Su questo impianto appena nato si incunea, durante gli anni della guerra, il complesso delle Caserme. La foto aerea del 1919 del Tenente Umberto Nistri fa vedere una imponente attrezzatura militare orientata secondo la Via Flaminia in un’area pressoché libera, salvo il piccolo quartiere di edilizia pubblica (l’attuale “Piccola Londra”), di fronte allo stadio del Partito Nazionale Fascista. Le Caserme hanno accesso dalla stessa via Flaminia e sono nate e cresciute per esigenze militari, ancora più pressanti nel periodo della prima guerra mondiale, senza tener conto del disegno di piano. La necessità di ricondurre ad ordine le edificazioni esistenti e previste, tenendo conto del disegno del Sanjust, ha portato al disegno attuale, comunque diverso dall’impianto di piano regolatore del 1909. Resta ancora oggi la mancata integrazione dell’area militare con il quartiere, che ha subito la presenza di un recinto impenetrabile che ha da sempre diviso la parte nord (zona Flaminio 2) dalla parte sud (zona Flaminio 3) del tessuto urbano. Le ipotesi iniziali, che prevedevano un tessuto o omogeneo servito da una sequenza regolare di strade interne, sono state negate dall’isola militare. Ne risultano quindi una parte del quartiere più strutturata a ridosso di Viale Pinturicchio, che ha una forte autonomia ed identità, e un’altra parte meno unitaria ed ancora non risolta intorno a viale del Vignola. L’asse del Ponte Duca d’Aosta non ha un terminale e Piazza Mancini è uno spazio senza forma.

Nel Piano regolatore del 1935 si disegna la prosecuzione dell’asse fino alla Via Flaminia, attraversando una parte delle caserme, demolendo gli edifici sul tracciato e dividendo le caserme stesse. Una ipotesi improvvisata, che però indica con chiarezza che il problema era insoluto. Più tardi, nel 1941 fu incaricato Luigi Moretti di proporre soluzioni per tutta l’area Tevere Nord, sia sul lato del Flaminio che di Tor di Quinto. Ma pur essendo ben più attento ai tessuti della città esistente, neppure Moretti indicò una soluzione percorribile. Certamente le indicazioni di realizzare un pieno e non un vuoto a Piazza Mancini e di prevedere una piazza nella intersezione del nuovo asse con Via Guido Reni, sono ambedue spunti che ancora oggi hanno una loro validità.

Anche il piano regolatore del 1965 disegna soluzioni. L’asse proveniente dal Foro Italico attraversa Piazza Mancini e, complice una piazza, arriva a Via Flaminia. Dalla stessa piazza parte una strada che taglia in due le caserme, che così vengono frazionare in quattro parti. Tutti conti senza l’oste. Senza l’accordo con lo Stato, proprietario delle aree e degli edifici, senza un programma, senza le risorse. Disegnare è difficile, ma ancora più difficile è disegnare interventi realizzabili. Allo stato attuale, nonostante i numerosi tentativi, solo i tessuti a ridosso di via Flaminia a nord e quelli intorno al nodo di piazza Gentile da Fabriano mantengono l’originalità dell’impianto urbanistico, pur scontando una condizione di isolamento rispetto all’intero quartiere.

Le prime dismissioni dei beni militari hanno consentito di realizzare il MAXXI sul lato Nord dell’asse via Guido Reni. Oggi è in corso un  programma di alienazione dei beni militari del Ministero della Difesa che non riguarda l’intero complesso delle caserme, ma solo la parte a sud di Via Guido Reni. Ma questo intervento consente una reale riconnessione tra Nord e Sud e sarà uno dei temi qualificanti e condizionanti del nuovo inter progettuale.

Il Piano Regolatore Generale 2008 vigente, nell’ambito di programmazione strategica per il suo tratto urbano, ha identificato i grandi temi progettuali per l’ansa del Flaminio. Il primo e più rilevante riguarda la riqualificazione dell’asse viale Pietro De Coubertin via Guido Reni: per recuperare appieno il ruolo urbano di connessione visiva, tra le alture di Villa Glori e Monte Mario, per disegnare un grande spazio pubblico lineare, per inserire i quartieri nella rete del trasporto pubblico e per rendere pienamente efficiente il ruolo di aggregatore delle funzioni urbane e metropolitane di eccellenza che su di esso gravitano, dall’Auditorium al MAXXI. L’ambito di programmazione strategica ha anche individuato la necessità di affrontare i temi del completamento di piazza Antonio Mancini e dell’area di via di Prato Falcone tra la Casa della Scherma e piazza Maresciallo Giardino. Entrambi i due ponti esistenti, Ponte Duca d’Aosta e Ponte della Musica, hanno infatti ciascuno una testata progettata e realizzata e l’altra sospesa e incompiuta. Solo due concorsi di architettura potranno fornire soluzioni adeguate a risolvere i problemi ed accrescere la bellezza dei luoghi a livelli degni della qualità di questa parte di città.

Per ora, nel piano regolatore, a parte gli indirizzi generali, i problemi sono rinviati. Sia l’area di piazza Antonio Mancini che quella in testata del Ponte della Musica sono “Ambiti di valorizzazione della città storica“. Si rimanda a soluzioni attuative locali da progettare ancora, da programmare ancora, per le quali non ci sono ancora scelte condivise fatte con processi partecipativi, né prospettive capaci di attivare risorse economiche. Non una buona eredità, ma è così. Eppure stiamo parlando di aree della città storica il cui valore potenziale è assai elevato ed all’interno delle quali molto potrebbe essere fatto.

Oggi la prospettiva concreta di realizzare una nuova parte di città nell’area delle caserme che si sta liberando offre una occasione per rivedere l’assetto della intera ansa. Va affrontato quindi un disegno d’insieme, un piano strutturale di visione di lungo periodo, una seconda fase del Progetto Urbano Flaminio: “Solo una strategia condivisa per governare le trasformazioni annunciate può condurre a gran risultati per il miglioramento delle condizioni attuali e confermare il ruolo che il quartiere può svolgere a servizio della città e della metropoli. Il quartiere Flaminio, che è già patrimonio della città storica, merita ancora ogni sforzo ed ogni attenzione.”

Fonte del testo: arch. Daniel Modigliani, …

Storia del Quartiere Flaminio dal 1960 a oggi

Questa è una pagina di approfondimento della pagina Quartiere Flaminio.

Con le Olimpiadi del 1960 è urbanizzata l’area pianeggiante tra via Flaminia e villa Glori, occupata dalla baraccopoli di Campo Parioli. E’ innalzato il Palazzetto dello Sport ed edificato un intero quartiere: il Villaggio Olimpico, attraversato dal viadotto di corso Francia.

Tali realizzazioni interessano il quartiere Flaminio solo marginalmente, per la stretta vicinanza del quartiere con gli spazi aperti e i principali edifici sportivi del nuovo complesso. Sia il Palazzetto dello Sport che lo Stadio Flaminio, infatti, sono posizionati lungo viale Tiziano, vicinissimi alla via Flaminia, in fondo a via Guido Reni, nei pressi di piazza Apollodoro, il primo e in fondo a viale del Vignola, a piazzale Ankara, il secondo. Inoltre, il quartiere è legato al Villaggio Olimpico solo dal prolungamento di via Guido Reni (l’attuale viale de Coubertin) e da un modesto giardino a largo Jacometti, davanti al viale della XVII Olimpiade.

Per il resto, fino al 1960 e oltre, nel quartiere sono eseguiti il tracciamento e l’edificazione degli isolati tra via Martino Longhi, via Flaminia e viale Pinturicchio, sono completati i tratti ancora incompiuti delle quinte di viale Pinturicchio (valga per tutti il caso dell’edificio in linea tra via Pannini e piazza Gentile da Fabriano di Ugo Luccichenti, del 1949-50 ??) e furono saturati con palazzine i lotti tra la Flaminia e viale Tiziano. Lasciando sempre irrisolta la situazione di piazza Mancini davanti al Ponte Duca d’Aosta.

Nella stessa occasione, assieme al Villaggio Olimpico, è completato il nuovo asse d’ingresso da Nord in sostituzione della Flaminia, il nuovo viadotto del corso di Francia e il suo innesto direttamente sul viale dei Parioli ( già realizzato col piano del 1909 e poi denominato viale Maresciallo Pilsudski) fa sì che tutto il Tridente Flaminio, da Ponte Milvio a piazzale Manila, sia escluso della direttrice di penetrazione verso la città

Contemporaneamente, al Foro Italico lo slargo denominato via Morra di Lavriano tra il Prato Falcone, la Foresteria Sud e la Casa delle Armi, sulla riva opposta a piazza Gentile da Fabriano, rimaneva abbandonato tra l’innesto del lungotevere Cadorna sulla circonvallazione Clodia e la nuova via Olimpica più a monte a cui era stato demandato, sempre tra il 1955-60 e ancora in sostituzione della Flaminia, il ruolo di attraversamento della città verso i quartieri Sud-Ovest.

Trent’anni dopo le Olimpiadi, i Mondiali di calcio del 1990 sono stati determinanti per il quartiere, con due iniziative che hanno contribuito al suo ulteriore isolamento dal resto della città:

  • la sistemazione a giardino di piazza Mancini, che ha risolto con sistemazioni a terra l’innesto dell’asse di Ponte Duca d’Aosta sui lotti inedificati tra viale Pinturicchio e il fiume, rinunciando ad affrontare il tema dell’asse trasversale all’intersezione di lungotevere Flaminio con lungotevere Thaon di Revel
  • la realizzazione della cosiddetta metropolitana di superficie tra piazza Mancini e piazzale Flaminio, il tram 2, che serve la quasi totalità del percorso lungo la via Flaminia. E proprio le barriere architettoniche costituite da binari, banchine e parapetti di protezione e soprattutto dagli attraversamenti rarissimi della linea hanno determinano molte difficoltà di penetrazione all’intero abitato nell’ansa del Tevere fino a piazza Gentile da Fabriano soprattutto dal Villaggio Olimpico e dai Parioli.

In seguito, il quartiere è considerato nuovamente nella sua interezza dal piano quadro redatto nel 1992 per il Comune di Roma da un gruppo coordinato da D. Gatti, De Sanctis. Centro del progetto è ancora una volta il desiderio di collegare il quartiere con la città, realizzando i ponti previsti dal Piano Regolatore del 1909 ma non costruiti da piazza Gentile da Fabriano alla circonvallazione Clodia e da via Fracassini a via Monte Zebio. Tutto ciò allo scopo di recuperare dall’isolamento l’intera zona, che avrebbe visto, grazie all’asse formato da viale Reni e via de Coubertin, un percorso ininterrotto con direzione ovest-est tra il Foro Italico e il quartiere Prati e il Villaggio Olimpico e i Parioli. In tale piano inoltre, future stazioni della metropolitana sono localizzate a piazza Maresciallo Giardino e in via de Coubertin in angolo con corso Francia, di fronte al Villaggio Olimpico.

Nel 1994 inizia la costruzione dell’Auditorium che è inaugurato nel 20… Durante i lavori vengono alla luce i resti di una grande villa suburbana che è stata inserita nel nuovo complesso grazie ad una variante del progetto che ha permesso la valorizzazione degli scavi e la creazione di un piccolo museo archeologico (Villa Romana dell’Auditorium).

Nel 2010 in via Reni è inaugurato il MAXXI, nella ex caserma Montello in via Reni, e, nel 2011, il Ponte della Musica, che collegare la sponda opposta del Tevere e creare una sinergia tra l’area vocata allo sport (Foro Olimpico) con quella vocata all’arte. Ulteriori e interessanti sviluppi sono attesi dalla smobilitazione di numerose aree militari in via Guido Reni (Città della Scienza) a dalla sistemazione di piazza Mancini.

Pagine correlate: Storia del Quartiere Flaminio fino al 1869, Storia del Quartiere Flaminio dal 1870 al 1914, Storia del Quartiere Flaminio dal 1915 al 1959,

 

Storia del quartiere Flaminio dal 1870 al 1914

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Per secoli l’area fuori Porta Flaminia è caratterizzata dai giardini delle ville costruite sulle alture a destra di via Flaminia: villa Giulia, villa Poniatowski, Villa Strohl Fern, villa Balestra, villa Ruffo, tanto per citare quelle ancora esistenti. Più avanti, verso il fiume, solo campi coltivati periodicamente invasa dagli straripamenti del Tevere.

A fine Ottocento, con la decadenza di alcune di queste ville nel territorio intorno alla via consolare incominciano ad insediarsi stabilimenti industriali e di servizi: il cantiere centrale dei lavori dei Muraglioni lungo il Tevere, lo stabilimento per la produzione di ghiaccio (nell’edificio oggi dell’attuale Facoltà di Architettura di via Flaminia), una conceria a villa Poniatowski (la Conceria Riganti), il gasometro nell’area tra il fiume e la Flaminia all’angolo tra via Gravina e lungotevere delle Navi, una centrale elettrica dove fino a pochi anni fa aveva sede l’ACEA in via Flaminia 80, carrozzieri ed officine varie, ancora oggi presenti, nell’aera del Borghetto Flaminio.

Nell 1883, il secondo piano regolatore di Roma capitale d’Italia di A. Viviani è la guida all’ampliamento della città negli anni tra la crisi economica della fine degli anni Ottanta e l’Esposizione Universale del 1911. Ma il piano fu realizzato soprattutto per adeguare quello precedente alla legge del 1881, che stanziava i finanziamenti dello stato per realizzare a Roma i servizi adeguati a una capitale. Nella zona Nord in particolare, questo Piano prevedeva la localizzazione di alloggiamenti e spazi di manovra per le truppe di presidio: il piano generale di difesa d’Italia, varato un decennio prima, dava infatti alla città il ruolo di piazzaforte cardine del centro della penisola e prevedeva la realizzazione di una cinta di forti isolati, lontani dal perimetro delle mura aureliane.

Nel 1884 è avviata la realizzazione di nuove caserme e della piazza d’armi ai Prati di Castello, tra il Tevere e la via Angelica (tra gli attuali viali Giulio Cesare e delle Milizie) ed è avviata la costruzione dei forti del campo trincerato a guardia delle vie Trionfale, Cassia, Flaminia e Salaria; in particolare, sono il forte Monte Mario (1877-82), il forte Trionfale (1882-88), il forte Monte Antenne (1882-91). Il territorio adiacente alla via Flaminia fino a Ponte Milvio è finalmente protetto dalla nuova cinta difensiva. Sulla riva sinistra al Tevere oltre la Flaminia è prevista la realizzazione del Nuovo Gran Parco Margherita che, riprendendo l’antico progetto napoleonico del parco del gran Cesare, si estende dai Parioli a Villa Borghese ed era servito da un vialone alberato nuovo, parallelo alla via consolare (l’odierno viale Tiziano ne è l’erede) mentre un modesto ampliamento dell’abitato è previsto nello stretto corridoio tra la Flaminia e il fiume, da Porta del Popolo all’attuale viale Belle Arti. Un ampliamento ulteriore, nell’ansa del Tevere fino a Ponte Milvio, probabilmente è evitato per non portare la città troppo a ridosso dei forti.

Le piante di Roma del 1889 e del 1891 testimoniano che, nell’ultimo decennio del secolo, venuta meno la funzionalità del campo trincerato mentre ancora era in costruzione, esistono progetti per realizzare un denso abitato a scacchiera nell’attuale quartiere Flaminio, a ovest del Gran Parco Margherita ai Parioli, che continua a essere collegato al resto della città da un nuovo viale da Porta del Popolo a Ponte Milvio. Ma nulla di tutto ciò ha seguito negli anni successivi, tranne che il raddoppio della Flaminia da Villa Giulia in poi (l’attuale viale Tiziano), e la situazione rimane pressoché invariata fino all’inizio del Novecento.

Lo sviluppo dell’area inizia nel 1904 con la nuova linea tranviaria a traino animale (l’omnibus). Nel 1905 la Società Automobili Roma scegle un’area sulla via Flaminia non distante da Piazza del Popolo per i propri stabilimenti industriali. Contemporaneamente, nell’area da piazzale Flaminio a piazzale della Marina venne avviata una prima urbanizzazione con il tracciamento delle strade e la nascita dei primi complessi di edilizia pubblica e privata.

Nel 1905 inizia la costruzione dello Stadio Nazionale (poi Stadio Torino, oggi Stadio Flaminio) e dell’Ippodromo Flaminio, nella piana sotto Villa Glori (Ippodromo di Villa Glori) che sarà inaugurato in occasione dell’l’Esposizione Universale del 1911 che si tiene a Valle Giulia per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia e del regno. Nella stessa occasione è realizzato viale delle Belle Arti e Ponte Flaminio (poi Ponte Risorgimento), per il collegamento con la zona di piazza d’Armi oltre il Tevere, dove si svolgeva l’Esposizione Regionale Etnografica. In quegli anni inoltre nascono alcuni circoli sportivi sulle rive del Tevere e impianti sportivi. dalle altura di Piazzale delle Muse (Antico Tiro a Segno) fino alla sponda del Tevere (Cinodromo, Stadio della Rondinella per le partite di calcio). Questa scelta urbanistica di installare in questa zona di Roma infrastrutture a carattere sportivo sarà poi confermata con la costruzione del Villaggio Olimpico.

Nel Piano Regolatore del 1909, le difese della città sono spostate oltre i forti del campo trincerato: per la Flaminia e la Cassia, principali accessi da nord, per esempio, le difese sono essere posizionate all’altezza del lago di Bracciano. La piazza d’armi è spostata a Tor di Quinto, liberando i terreni sotto Monte Mario e quelli da Porta del Popolo a Ponte Milvio.

Nel nuovo piano regolatore, nasce il disegno unitario del quartiere Flaminio prevedendone uno sviluppo residenziale, integrato da importanti attrezzature urbane. Giardini sono previsti nelle aree libere e sui Parioli e vengono salvate le aree verdi delle ville (Villa Glori, Villa Flaminia). Oltre viale Tiziano, nella piana alluvionale tra Tevere e Monti Parioli, Il piano disegna un grande parco in cui è inserito l’Ippodromo di Villa Glori e gli altri impianti sportivi.

In tale contesto, il quartiere Flaminio fu pensato in maniera nuova rispetto al secolo precedente, con la prosecuzione del lungotevere sinistro fino a Ponte Milvio e la costruzione di tre ponti. Il primo, in corrispondenza dell’attuale via Fracassini. lo avrebbe collegato al futuro quartiere di Piazza d’Armi sull’altra riva del fiume. Dal secondo, in corrispondenza dell’attuale Ponte della Musica costruito ottanta anni dopo, si sarebbe impostato un tridente viario che, da una piazza rettangolare (l’attuale piazza Gentile da Fabriano), si irradiava verso la Flaminia articolandosi in lottizzazioni delimitate da percorsi secondari; a loro volta, questi erano perpendicolari agli assi maggiori e si flettevano verso sud lungo il confine di Villa Oblieght (oggi Villa Flaminia) e a nord di una piazza quadrata. Ancora verso la via Flaminia tre piazze segnavano l’innesto con la strada consolare prima della strettoia del Nuovo Ponte Risorgimento ??

Nel 1912 inizia la costruzione del Ministero della Marina (oggi Ministero della Difesa – Palazzo Marina) e i venti di guerra cominciano a soffiare. Nonostante le proposte di Armando Brasini del 1916 e le varianti al Piano proposte dall’Associazione Artistica fra i Cultori di Architettura, tra il 1914 e il 1919, con la prima guerra mondiale e edificato un vasto insieme di caserme (la caserma Montello, le Officine meccaniche dell’Esercito, e l’attuale Scuola di perfezionamento per le Forze di Polizia) allineate sul via Guido Reni a saturare quasi completamente il triangolo tra la Flaminia stessa e i futuri viale del Vignola e viale Pinturicchio. L’insieme comprendeva anche la villa Oblieght e una lottizzazione di case a schiera costruita tra il 1909 e il 1916 su via Bernardo Celentano (l’attuale Piccola Londra), separata dalla villa dall’attuale via Donatello.

Pagine correlate: Storia del Quartiere Flaminio fino al 1869, Storia del Quartiere Flaminio dal 1915 al 1959, Storia del quartiere Flaminio dal 1960 a oggi,

Piano Regolatore del 1909. Nel Municipio II

Questa pagina fornisce alcuni elementi relativi su come ha agito il Piano Regolatore del 1909 nel Municipio II.

Fino al 1900 la periferia della città lambiva appena la stazione Termini ed il territorio della attuale Municipio era suddiviso in appezzamenti di terreno privati. Vigne e ville costituivano una sorta di “seconda casa” in campagna per aristocratici facoltosi, che si comportavano come proprietari terrieri benché cittadini. Continue reading

Cornelia, la figlia buona di Eugenia Salza

Questa pagina potrebbe essere figlia della pagina Tomba Cornelia.

“Scribonia aveva avuto figli da tutti e due i suoi mariti e tutti andarono bene. Un figlio da lei avuto da Cornelio Scipione divenne console nel 16 a. C. e Cornelia, la sua prima figlia femmina, fu una creatura dolcissima che venne con molta tristezza cantata da Properzio in occasione della sua morte. Essa era stata sposata ed aveva avuto tre figli. Aveva condotto una vita esemplare ed era amatissima dalla sua famiglia. Purtroppo la morte de la prese ancora giovane.

L’elegia di Properzio inizia con il lugubre suono delle trombe che si alzava alto nel momento preciso in cui si dava fuoco alla pira. Le fiamme avvolgevano ormai il corpo della giovane ed il marito ed i figli singhiozzavano lì vicino. Mentre Cornelia si stava riducendo ad un pugnetto di cenere, il fantasma della giovane ormai passata nell’al di là, rievocava tutta la sua vita. Tutto il mondo sotterraneo dei morti si era arrestato per ascoltarla. Cornelia, presentandosi ai giudici infernali, diceva chi essa fosse. spiegava di essere una donna di nobilissima famiglia che da una parte discendeva da Scipione l’Africano e dall’altra dai Liboni.

La sua storia, affermava, era semplice e senza macchia. Essa aveva appena deposto la veste della fanciullezza quando era no apparse le faci nuziali che avevano rischiarato la strada che la conduceva alla casa del marito. A lui era stata unita nel letto e quel letto lei lo aveva abbandonato soltanto dopo morta. Tutto questo, essa diceva, lo si poteva leggere sulla sua epigrafe e qualsiasi viandante che passando davanti alla sua tomba si fosse soffermato un attimo, avrebbe visto che il più gran vanto della giovane defunta era stato quello di essere “univira”: moglie di un solo marito.

Tutti i suoi antenati, proclamava, la giovane, potevano testimoniare della purezza dei suoi costumi, confermare quanto essa fosse sempre stata piena di riserbo e come essa non avesse mai cercato di intromettersi negli affari del marito o inlfuire su esso quando egli era stato censore. Tra le faci nuziali e le torce del funerale la sua vita era trascorsa serena ed irreprensibile ed essa si proclamava onesta non per paura delle leggi, ma in virtù della sua stessa natura. Ogni donna diceva poteva dichiararsi fiera di sedere accanto a lei. Persino la sua antenata Clodia che, quando era stata calunniata e la gente aveva messo in dubbio la sua castità, aveva pregato Cibele, la cui nave si era arenata mentre la pilotavano verso Roma, di dare una prova della sua purezza; e la Grande Madre l’aveva aiutata facendo muovere l’imbarcazione soltanto quando Clodia, dopo aver legato alla prua la sua cintura, l’aveva tirata verso l’approdo.

Anche Cornelia come la sua antenata era sempre stata pura ed era sempre stata una buona moglie ed una buona figlia. Neanche alla madre infatti Cornelia aveva mai fatto un torto ed era cosa certa che in tutta la vita di sua figlia Scribonia non aveva mai potuto desiderare altro che non la sua morte immatura. Tutto nella giovane donna era stato perfetto e lo provava la sua veste onoraria, un abito che potevano indossare solo le madri di tre figli, i tre figli che Cornelia aveva avuto e dei quali sui vantava perché regalandoli al marito non aveva lasciato la casa senza eredi. Su questi figli essa adesso nell’al di là riponeva le sue speranze. Alla figlia augurava di avere una vita coniugale uguale alla sua e di essere, come lo era stata lei, la moglie di un solo marito. ai suoi bimbi poi augurava di avere una numerosa discendenza.

Quindi la defunta si preoccupava di coloro che aveva lasciato su questa terra e si dilungava in quelle dolcissime raccomandazioni proprie ad una buona madre di famiglia. Prima di tutto si raccomandava al marito di far lui da padre e da madre ai loro ragazzi e lo pregava “…. se devi piangere, fallo quando loro non ci sono. Quando verranno ingannali con gli occhi e le guance asciutte.

Ma Cornelia non dimenticava che il marito, ancor giovane, poteva consolarsi e prendere un’altra moglie. Si preoccupava perciò dell’impatto che una cosa del genere avrebbe potuto avere sui suoi figli e sulle conseguenze che ne potevano derivare. Bisognava assolutamente che essi venissero amati dalla matrigna. quindi pregava loro che se mai avessero visto porre un altro “lectus genialis” nell’atrio, guardando il disagio della nuova sposa mentre, preoccupata, si sarebbe seduta su esso, fossero gentili con lei e mostrassero di sopportare di buon grado la nuova moglie del padre “Le vostre virtù” diceva loro “vinceranno il suo animo. Ma davanti a lei ricordatevi di non lodarmi troppo. Questo potrebbe irritarla. Non fate mai paragoni tra lei che è lì ed io che non ci sono più”

Se il padre non avesse dovuto risposarsi, essa pregava i figli di stargli vicino ed assisterlo. Infine supplicava gli dei di aggiungere alla vita dei figli tutti gli anni che a lei erano stati tolti e , ringraziando il cielo di non aver mai dovuto portare il lutto per uno dei suoi bambini, si rallegrava che tutti coloro che aveva messo al mondo l’avessero accompagnata alla sua tomba.

Veder morire una così dolce creatura aveva fatto piangere molti e tra questi anche Augusto suo patrigno e Cornelia se ne vantava dicendo “….Le mie ceneri sono glorificate anche dal pianto di Cesare. Singhiozzando ha detto che in me sua figlia aveva una degna sorella e con le sue lacrime ha provato che anche gli dei possono piangere”.

Non si sa se Augusto partecipasse al corteo funebre. Probabilmente lo fece. Cornelia gli era figliastra e sorella di sua figlia, e in questa occasione egli dovette vedere tra i dolenti Scribonia. Lei povera donna non ebbe una vita molto felice e con le figlie non ebbe fortuna, Se Cornelia le spezzò il cuore morendo, l’altra figlia glie lo fece sanguinare vivendo e la costrinse in tarda età a duri sacrifici che essa affrontò serenamente pur di porgere a quell’altra sciagurata, che, tutto sommato, essa aveva messo al mondo, un po’ di conforto nell’ora della disgrazia.”

Fonte: “Amori ed amanti tra la repubblica ed il principato” di Eugenia Salza Prina Ricotti, pubblicato a Roma nel 1992, editore L’Erma di Bretschneider.

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