Ambasciata della Gran Bretagna

L’Ambasciata della Gran Bretagna sorge in via XX Settembre, a ridosso delle Mura Aureliane appena prima di Porta Pia. E’ è un edificio moderno completato nel 1971 circondato da un parco che si estende fino a via Palestro e via Montebello.

L’area su cui sorge l’Ambasciata è delimitata a nord dalle Mura Aureliane ed era attraversato un tempo dalla via Nomentana che usciva da Porta Nomentana, una porta oggi murata visibile a 30 metri a sinistra di Porta Pia. In tempi antichi, lungo il perimetro stradale si trovano delle tombe ma più tardi, entro il II secolo a.C., la zona è ricoperta da grandi ville e botteghe suburbane. Segue un periodo di decadenza e di abbandono oppure di impieghi agricoli. Non si hanno notizie certe sul luogo fino al 1540, anno in cui i Capocci vi piantarono una vigna.

Alla metà del seicento, la famiglia di banchieri Costaguti crea un enorme parco formale da Porta Pinciana fino all’attuale sito dell’Ambasciata. Risale a questo periodo la grotta romana ancora esistente nel parco, vicino alle Mura Aureliane.

La proprietà è acquistata  nel 1825 da don Marino Torlonia, Duca di Bracciano, che demolisce il vecchio Casino Nobile lungo la via Pia, l’attuale Via XX Settembre, e costruisce il suo palazzo (Palazzo Torlonia in via XX Settembre). Una fontana disposta sul muro e un pilastro eretto dai Torlonia in commemorazione di una visita papale stanno lì a ricordarci il passato di questo luogo. ???

Il Governo britannico, nel 1870, acquista il palazzo e il parco retrostante e realizza la sua ambasciata nella nuova capitale del Regno d’Italia. Nel 1946 al 1946, l’ambasciata è gravemente danneggiata da attentato sionista (un gruppo di ebrei che combatteva per la creazione di uno stato ebraico in Palestina) e deve essere demolito, a eccezione delle stalle, della portineria e di un’entrata a volta in pietra sul lato destro dell’attuale ingresso per le vetture. Quasi tutto lo staff dell’Ambasciata è trasferito temporaneamente a Villa Wolkonsky, in seguito acquistata come residenza dell’Ambasciatore. Nella demolizione, sotto le fondazioni del palazzo Torlonia sono ritrovate tracce dell’antico Casino Nobile Costaguti.

Il nuovo edificio per l’Ambasciata è realizzato nel 1971 su progetto di Sir Basil Spence.

I vincoli architettonici per la progettazione di un edificio moderno così vicino alla Porta Pia di Michelangelo impongono una determinata altezza e la scelta del travertino. L’edificio è un quadrato, vuoto al centro, poggiato su pilastri. Sul davanti, un ingresso cerimoniale porta, attraverso un viale rialzato, alle due piscine con fontane a zampilli. La piscina sulla sinistra reca la scultura in bronzo di McWilliam intitolata La Strega di Agnesi (1959) in onore della matematica e filosofa italiana Maria Gaetana Agnesi (1718-1799), prima donna ad occupare la cattedra di matematica all’Università di Bologna. Dal cortile si eleva un’imponente scalinata doppia che conduce all’ingresso cerimoniale, al di sotto del quale una piccola fontana contiene un mosaico del I secolo a.C. trovato nella grotta del parco. Altri antichi manufatti di epoca romana ritrovati nel parco si possono ammirare sull’altro lato del cortile e, nella parte posteriore, grandi urne in terracotta, poste fra i pilastri di sostegno del palazzo, ornano i lati di un’altra grande fontana che dà sul parco circostante. Un’altra grande scultura in bronzo con due figure sedute che volgono le spalle al cortile, intitolata ‘Ritorno a Venezia’ ed eseguita nel 1988 da Lyn Chadwick, si fa ammirare accanto al blocco d’ingresso.

Il terreno intorno è essenzialmente sistemato a prato, con numerosi alberi.

Sito ufficiale: www.gov.uk/government/world/italy.it

Adalberto Libera

Questa pagina delinea le principali opere di Adalberto Libera a Roma e, in particolare, nel Municipio II.

  • il Villaggio Olimpico,
  • gli edifici della Mostra della Rivoluzione Fascista a via Nazionale e a Valle Giulia, in particolare questi ultimi, su via Antonio Gramsci, sono stati utilizzati per ampliare la Galleria di Arte Moderna,
  • il Palazzo delle Poste in via Marmorata,
  • il Palazzo dei Congressi all’EUR.

Un’altra opera notissima di Adalberto libera è villa Malaparte a Capri, sul promontorio di Pizzo Falcone.

Per approfondire: http://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/Adalberto-Libera/

Acquedotto del Peschiera

Il Peschiera è un acquedotto di recente costruzione che oggi assicura il fabbisogno di acqua potabile della città di Roma.ha la sua mostra in piazzale degli Eroi.

Fino alla seconda guerra mondiale, l’approvvigionamento di acqua a Roma veniva assicurato da tre grandi acquedotti: l’acquedotto Vergine, l’Acqua Felice (vedi Fontana dell’Acqua Felice) e l’Acqua Paola. E L’ACQUA MARCIA???

I progetti di sviluppo urbanistico della Capitale nel periodo che va dagli anni ‘30 ai ‘40 e nella ricostruzione del dopoguerra sono grandiosi e ambiziosi e la necessità di nuovi approvvigionamenti idrici diventa essenziale con l’aumento della popolazione. Nel 1937 si da inizio alla prima fase della realizzazione dell’acquedotto Peschiera, uno dei più grandi acquedotti d’acqua di sorgente.

Le sorgenti del Peschiera sono situate a 7 km da Cittaducale (lungo la via Salaria in provincia di Rieti), sulle pendici del Monte Nuria, e sono costituite da una grande caverna natale di origine carsica di circa 20 m di diametro. L’acqua che scaturisce perennemente dall’interno della caverna e da una lunga rete di cunicoli, capta le acque di falda dall’interno del monte. Le acque della polla centrale e delle gallerie confluiscono in una grande galleria collettrice dalla quale ha inizio l’acquedotto.

Il Peschiera ha una portata massima di 9.500 litri al secondo e impiega circa 24 ore per arrivare a Roma. Il primo tratto dell’acquedotto, di circa 26 km, è stato realizzato in galleria (sezione di m 2,85 x 2,70) e, dopo un salto di 240 m per produrre energia, termina nella centrale idroelettrica di Salisano.

In questa centrale, dopo un salto di 80 m utilizzato per la produzione di energia elettrica, confluiscono anche i 5.500 l/s proveniente dalle sorgenti delle Capore (in un tratto di fondo della valle del fiume Farfa nel comune di Frasso Sabino). Dalle vasche di captazione, le acque scorrono attraverso una galleria di deviazione a “pelo libero” della lunghezza di 7 km e confluiscono nell’acquedotto del Peschiera prima di arrivare a Roma.

Dal “nodo” di Salisano, partono due tronchi verso il centro idrico Cecchina e il centro idrico Torrenova.

Nel 1949 è stata costruita in piazzale degli Eroi a Roma la “fontana di mostra” dell’acquedotto Peschiera. Realizzata con una grande vasca circolare con bordo rialzato, racchiude una composizione a più livelli a base ottagonale.

Pagina ufficiale: www.acea.it/document.aspx/it/acea_viaggio_alla_scoperta_delle_sorgenti_del_peschiera/$3e62837b2a9d44598f43d49058892222?lang=it#.VehqaPntlHw

ACEA

Questa pagina racconta la storia dell’ACEA, un gruppo quotato in borsa che opera nei settori idrico, della distribuzione e vendita dell’energia elettrica e dell’ambiente (gestione rifiuti e produzione energia). Capogruppo è l’ACEA S.p.A. Nel settore idrico ACEA è 1° operatore in Italia con circa 8,5 milioni di abitanti serviti. Nel settore delle reti di distribuzione ACEA è 3° operatore in Italia con 11,0 TWh di elettricità distribuita. Nel settore Energia ACEA è il 3° operatore in Italia con oltre 15 TWh di volumi venduti di energia elettrica. Nel settore Ambiente ed Energia, ACEA è il 5° operatore in Italia con circa 550 mila tonn./anno di rifiuti trattati.

  • 1909 nasce l’Azienda Elettrica Municipale (AEM) del Comune di Roma con l’obiettivo di fornire energia per l’illuminazione pubblica e privata.
  • 1912 viene inaugurata la Centrale Montemartini.
  • 1922 anno della marcia su Roma. Uno dei temi principali dello scontro interno alla maggioranza sono proprio le aziende pubbliche comunali, tra cui l’AEM (Azienda Elettrica Municipale) e l’ATM (Azienda Tranviaria Romana), che i fascisti attaccano furiosamente nel consiglio comunale.
  • 1937 AEM diventa AGEA Azienda Governatoriale Elettricità e Acque, con il conferimento del servizio di gestione degli acquedotti. Cominciano i lavori dell’Acquedotto del Peschiera.
  • 1945 L’AGEA assume la denominazione di ACEA Azienda Comunale Elettricità e Acque.
  • 1945 Alla fine della Seconda Guerra Mondiale Roma può contare solo sulla Centrale Montemartini.
  • 1964 Scade la concessione alla società Acqua Marcia per la gestione dell’Acqua Pia e l’ACEA rileva la parte della società interessata a tale servizio e acquisisce la gestione dell’intero servizio degli acquedotti romani.
  • 1985 ACEA acquisisce il servizio di depurazione delle acque reflue di Roma, ponendo le basi per la gestione integrata di tutto il ciclo idrico.
  • 1989 ACEA assume la gestione del servizio di illuminazione pubblica del Comune di Roma e cambia la denominazione in ACEA Azienda Comunale Energia e Ambiente.
  • 1998 ACEA diventa società per azioni.
  • 1999 ACEA SpA quota in Borsa il 49% del capitale. La società si organizza in Holding e viene costituito il Gruppo ACEA con ACEA SpA che controlla ACEA Distribuzione, ACEA Trasmissione, ACEA ATO2 2000.
  • 2001 Il Gruppo ACEA acquisisce da Enel SpA il ramo di distribuzione di energia nell’area metropolitana di Roma. ACEA Distribuzione SpA diviene così il secondo operatore di distribuzione di energia elettrica a livello nazionale.
  • 2002 ACEA si concentra sul consolidamento e l’espansione del core business. Si conclude l’iter per la gestione del ciclo idrico integrato nell’ATO2 – Lazio centrale e viene acquisito l’intero servizio fognature nel Comune di Roma. ACEA crea una joint venture strategica nel settore energia con la belga Electrabel SA.
  • 2003 Nel settore energia sono operative le Società frutto della joint venture con Electrabel; ACEA acquisisce una partecipazione in Tirreno Power e definisce un piano di potenziamento della produzione. Nel settore idrico, ACEA cura la gestione del servizio idrico integrato in nuovi Ambiti Territoriali Ottimali e si conferma primo operatore nazionale.
  • 2004 ACEA si aggiudica la gestione dell’illuminazione pubblica di Napoli.
  • 2006 La Società entra nel settore della termovalorizzazione con l’acquisizione di TAD Energia e Ambiente.

Ugo Luccichenti

Questa pagina delinea le opere di Ugo Luccichènti, (Isola del Liri 1898 – Roma 1976), ingegnere e architetto, figura fondamentale nel trentennio 1935 1965 nel campo dell’edilizia residenziale privata.

Ugo Luccichenti, sostenuto da una severa disciplina professionale venata di spregiudicatezza e sperimentalismo, si è dedicato soprattutto all’edilizia residenziale privata, divenendo una figura fondamentale nel trentennio 1935.1965. Suo fratello è l’architetto Amedeo Luccichenti, progettista di molte opere a Roma tra cui il Villaggio Olimpico.

Luccichenti ha realizzato esclusivamente edilizia residenziale in stretto rapporto con la Società Generale Immobiliare, società protagonista dello sviluppo urbanistico e immobiliare della capitale in tutto il secolo scorso sia attraverso nuove costruzioni (Cassia, Colombo, Monte Mario, Esquilino, Talenti, Vigna Clara, Casal Palocco, Olgiata, ecc.) sia e i famosi “sventramenti” urbani, all’Esquilino e intorno al Vaticano, sotto il cui controllo la società passò dopo i Patti Lateranensi del 1929.

Nella sua opera Ugo Luccichenti riusce in qualche modo a coniugare le esigenze di profitto della Immobiliare con una architettura estrosa ed una ricerca compositiva che fosse comunque funzionale e vivibile; riusciva ad eseguire progetti curati e definitivi senza ripensamenti e modifiche in corso d’opera, cosa che velocizzava l’edificazione e dava garanzie sui preventivi dei costi, cercando sempre la soluzione realizzativa più economica anche grazie alla capacità di sfruttare completamente le aree edificabili adattandovi i suoi progetti; al contempo mantenne sempre una certa sensibilità razionalista e sperimentalista, con l’attenta scelta dei materiali, la cura dei particolari, la scelta di soluzioni architettoniche oculate, funzionali e dall’effetto estetico mai banale. Sempre, come scrive Elia Manieri, con “spregiudicatezza, sperimentalismo, volontà di successo e profonda disciplina professionale”, tratti caratteristici della sua forte personalità.

Luccichenti è attento ai temi introdotti dal “razionalismo”, filtrati però attraverso quella particolare visione monumentale dell’architettura che caratterizzò l’ambiente romano di quegli anni.

Nel dopoguerra continua a lavorare, quasi esclusivamente a Roma, sul tema della residenza per una committenza borghese. La notevole espansione urbana è dominata dalle regole della speculazione edilizia e lavorare per una committenza privata significa spesso per un architetto dover accettare i condizionamenti imposti dalla ricerca del massimo profitto. In contrasto con questa tendenza Luccichenti cercò di salvaguardare una dignità professionale portando avanti una personale ricerca compositiva. Facilitato nei rapporti sociali dal carattere estroverso e solare, la sua elevata e riconosciuta professionalità gli consentì di realizzare un numero consistente di architetture. Il suo linguaggio diventa infine eclettico e sperimentale, spaziando dal manierismo razionalista a soluzioni quasi espressioniste, nella costante volontà di sorprendere attraverso un’articolazione spaziale o una caratterizzazione strutturale. E’ un progettista solido, attratto contemporaneamente dalle innovazioni formali e dal rigore della costruzione, da lui approfondita fino al minimo dettaglio nel progetto. Nell’ambiente architettonico romano e nazionale vive lontano dai maestri e dalle correnti di pensiero, preferendo la professione al confronto sulle teorie dell’architettura. E’ amico dei pittori M. Maccari, A. Donghi e G. Capogrossi, e alla fine della sua carriera inizia a dipingere lui stesso, coltivando anche un grande interesse per la musica.

Nel 1952, con il progetto e la successiva realizzazione del complesso residenziale di Belsito, inizia una lunga collaborazione con la Società generale immobiliare, dalla quale ricevette numerosi incarichi. Tra il 1957 e il 1960 realizzò, su incarico dell’INA-Casa e con M. Manieri Elia, M. Nicoletti e L. Rota, il progetto per case in linea a Margherita di Savoia, in provincia di Foggia. Tra il 1958 e il 1965 lavorò con Adalberto Libera, Mario Paniconi, Giulio Pediconi e G. Vaccaro alla sistemazione urbanistica del quartiere di Casalpalocco su incarico della Società Generale Immobiliare. Per la stessa società realizza con E. Pifferi e A. Ressa l’albergo Cavalieri Hilton sulla collina di Monte Mario. Negli ultimi anni della sua vita costruì diverse ville, anche una per sé e sua moglie a Saturnia, nelle quali sembrò preferire soluzioni costruttive e formali della tradizione allo sperimentalismo che aveva caratterizzato la sua lunga attività professionale. Tra il 1969 e il 1976, infine, si dedicò alla pittura, morì a Roma nel 1976.

Sono gli anni in cui nasce il genere della palazzina che caratterizza l’abitazione della nuova classe borghese urbana.

Ha collaborato ai piani regolatori di Frascati e Castel Gandolfo, e ha elaborato progetti per l’aeroporto di Fiumicino e per il mercato ortofrutticolo di Roma si occupa della sistemazione di Casal Palocco (1958-1965) dove reralizza delle ville. Successivamente realizzò alcune ville e villini e nel 1969 cessò la sua attività dedicandosi alla pittura.

Opere di Luccichenti nel Municipio II e dintorni sono:

  • palazzina in via Panama 22 (1935 – 1937);
  • palazzina in via Lima 4, angolo via Polonia, del 1935-1937,
  • palazzina in via Panama angolo via Polonia, del 1935-1937,
  • palazzina in via Panama 102, del 1935-1937,
  • palazzina via Giovanni da Procida (1936 – 1938);
  • palazzina in via Gian Battista De Rossi (1938);
  • palazzetto Papi in lungotevere Flaminio (1935 – 1938);
  • palazzina in viale del Vignola (1939 – 1941);
  • sistemazione edilizia della zona di Porta Angelica (1939-1941),
  • palazzina Bornigia, in piazza delle Muse 6-7 (1940-1941), nella quale il fronte principale rinuncia alla materialità del muro e si trasforma in un telaio disegnato dai pilastri, sul limite della facciata, e dalle solette dei lunghi balconi in aggetto,
  • edificio IACP in viale Pinturicchio 93 (1948), , dove un partito di piccoli balconi in aggetto si sovrappone alla rigida stereometria del volume segnato, in orizzontale, dalla bucatura continua delle logge su piani alterni,
  • palazzina in via di San Valentino 16 (1948-1950) insieme con V. Monaco;
  • palazzina La Nave, in via Fratelli Ruspoli 10 (1946-1949);
  • palazzina Via Archimede 160, con Vincenzo Monaco e Amedeo Luccichenti (1950)(?);
  • palazzo edilizia intensiva via Montello (quartiere Delle Vittorie);
  • villa Petacci, in via della Camilluccia 355, razionalista, demolita
  • complesso residenziale in piazza Belsito (5 palazzine con il ristorante ora ufficio postale, ed il cinema interrato) (1952),
  • complesso di piazzale delle Medaglie d’Oro (1953), dove ha anche realizzato l’ufficio postale modello),
  • sede dell’Ente Nazionale Cellulosa e Carta (1953);
  • palazzina in via Archimede 185 (1953), nella quale l’aggetto del balcone e della pensilina, presente su ogni livello con la funzione di supporto all’avvolgibile continuo, conferisce all’insieme un caratteristico sviluppo orizzontale,
  • edificio intensivo in viale Libia 6-14 (1953-1954);
  • palazzina in largo Nicola Spinelli angolo via Giovanni Paisiello (1953-1954);
  • palazzina via Lisbona; palazzina via Carlo Evangelisti (Monte Mario);
  • edificio semintensivo in via Tagliamento 5-9 (1956-1959);
  • palazzina in via Tommaso Salvini (circa nel 1957) con Adalberto Libera, Mario Paniconi, Giulio Pediconi e Giuseppe Vaccari, un grande blocco a gradoni che segue la forte pendenza del terreno;
  • palazzina in via Francesco Denza … angolo piazzale del Parco della Rimembranza;
  • palazzina  in viale dei Parioli angolo via Antonio Stoppani al posto della Villa Villegas;
  • Hotel Hilton, albergo di lusso di otto piani fuori terra e tre interrati che domina Roma su Monte Mario, realizzato 1960-1963 fu in collaborazione con Pifferi e Ressa dalla Società Generale Immobiliare. L’edificio ha un grande impatto visivo sulla sky line della città. E’ costruito nell’area in cui era previsto un piazzale panoramico e duramente contestato per il suo impatto sia sul centro storico che sulla zona, di cui ha modificato i rapporti paesistici e le successive scelte urbanistiche

Pagine correlate: Ugo Luccichenti. Opere nel Municipio II, Luccichenti e gli anni del boom. Un itinerario in bici di Maria Laura Rodotà,

Circolo Canottieri Tirrenia Todaro

fl2-circolo-canottieri-tirrenia-todaroIl Circolo Canottieri Tirrenia è in lungotevere Flaminio ..

Il circolo è fondato nel primo dopoguerra da un gruppo di giovani con il preciso intento di creare un circolo dedicato esclusivamente allo sport e aperto a tutte le classi sociali. Per i primi anni, tra mille difficoltà, svolge la sua attività agonistica appoggiandosi alle residue strutture dell’ex GIL (Gioventù Italiana Littoria).

Negli Cinquanta viene finalmente realizzato il primo “galleggiante” e nel 1959, ottenuta la sospirata concessione demaniale, il primo fabbricato, entrambi materialmente costruiti dai soci con turni di lavoro volontario. Tra i soci fondatori, si distingue Ernesto Todaro, primo presidente, alla cui passione il Circolo deve gran parte della sua esistenza. Alla prematura scomparsa di Ernesto “Diddo” Todaro, nel 1958, gli amici a perenne ricordo e in segno di riconoscenza, aggiungono Todaro al nome del Circolo.

Dopo un primo titolo italiano nel 1952 (Bellicampi – Colucci nel doppio – canoino) molte sono le affermazioni, in gran parte nella specialità della canoa. Gli atleti del Circolo hanno partecipato a quattro edizioni dei Giochi Olimpici e vinto fino ad oggi circa sessanta titoli italiani nelle varie categorie.

In fedele coerenza con lo spirito di fondazione, il Circolo è eminentemente sportivo, e impiega tutte le sue risorse nella promozione e nella pratica del canottaggio e della canoa, oltre a svolgere attività ricreativa negli altri sport, mentre giochi delle carte, biliardo e similari non sono consentiti.

Gli atleti componenti la squadra agonistica, indipendentemente da titoli o età, sono soci al pari di tutti gli altri, con pieni diritti, restando esentati dal pagamento delle quote sociali per tutta la durata della loro attività.

Il Circolo dispone di una vasta area in concessione nella golena sul fiume Tevere, al centro della città, dove si possono praticare tennis, calcetto, pallacanestro, pallavolo; è dotato di una grande palestra, sauna, bagno turco, vasca scuola, nonché di sala riunioni e ristorante, e di ampie zone a verde. Per le attività remiere dispone di due edifici galleggianti sul fiume, con pontili per addestramento, carpenteria e deposito imbarcazioni con una flotta di circa sessanta barche. Annualmente organizza leve remiere tra i giovanissimi con successivo passaggio dei più idonei nelle fila dei Centri di Avviamento allo Sport (C.A.S.), di cui è sede per conto del CONI.

Nel 2000 il Circolo è stato insignito della Stella d’Oro al Merito Sportivo.

Nei dintorni: Sede sportiva dei Cavalieri di Colombo,

Duilio Cambellotti

fl2-duilio_cambellotti_1908Duilio Cambellotti (1876-1960), romano, è stato un artista italiano di arti grafiche e di arti visive. E’ uno degli artisti più validi in Italia dell’Art Nouveau e l’esponente più famoso della schiera di artisti e nello stesso tempo artigiani che operano nella prima metà del Novecento. E’ stato illustratore di libri e riviste, incisore, xilografo, pittore, scenografo, architetto, decoratore, arredatore, designer, grafico, cartellonista pubblicitario, progettista di suppellettili, oggettistica e componenti d’arredo, scultore, ceramista e illustratore.

Duilio Cambellotti nasce a Roma da padre intagliatore e doratore, che per primo gli impartì gli insegnamenti e la passione per le arti applicate, terminati gli studi di ragioneria, si iscrive al corso triennale di “decorazione pittorica e disegno applicato alle industrie artistiche”, presso il Museo Artistico Industriale di Roma.  Uscito dalla scuola, Cambellotti inizia l’attività di grafico ed è tra i primi in Italia ad aderire alle idee di William Morris sulla necessità di ridare qualità all’artigianato. Continue reading

Storia del quartiere Flaminio dal 1915 al 1959

Dal 1919 in poi, e almeno fino al 1934, il resto del quartiere è costruito adattando il Piano Regolatore del 1909 alla situazione determinata dall’insediamento delle caserme e dal ridimensionamento del giardino di Villa Oblieght (tagliato in due dal nuovo viale del Vignola. Scendendo nei dettagli, è conservato l’impianto generale del tridente come sistema viario principale ed è abolita la piazza secondaria quadrata tra via Guido Reni e viale Pinturicchio; è invece mantenuta l’attuale piazza dei Carracci a lato della via Flaminia alla confluenza tra via Sacconi e via Masaccio, e con la edificazione del complesso ICP Flaminio II sono realizzate due piazze: una piccola, piazza Perin del Vaga, e un’altra più grande su viale del Vignola, piazza Melozzo da Forlì, in cui fu fu compresa la rotonda conclusiva del viale alberato una volta interno alla villa Flaminia.

E’ del 1905 il complesso: ICP Flaminio I, tra via Flaminia e viale Tiziano prima della chiesetta di Sant’Andrea del Vignola, che rompe la regola di lasciare a verde pubblico il corridoio tra la vecchia Flaminia e il nuovo Viale Tiziano. E’ del 1919 il complesso della cooperativa di dipendenti postelegrafonici (oggi denominata Villa Riccio) progettato da E. Negri. E’ del 1919-23 la chiesa di Santa Croce al Flaminio in via Reni, a ridosso della caserma Montello. Sono del 1925-27 gli edifici del complesso ICP Flaminio II, realizzati per l’Istituto Case Popolari su progetto di E. Wittinch, A. Limongelli e M. De Renzi. Sono infine dal 1924 al 1934 il tracciamento dei lotti di testata su piazza Gentile da Fabriano tra viale del Vignola e il Tevere, l’edificazione dei quattro lotti in angolo con l’incrocio tra via Fracassini e via Tiepolo – via Correggio e – tra via Masaccio e viale Pinturicchio – della maggior parte degli isolati su via Giuseppe Sacconi, via Guglielmo Calderini e largo Cola dell’Amatrice. A lungotevere delle Navi e nei pressi di piazza Mancini, inoltre, opera l’INCIS.

Contemporaneamente alla prosecuzione del disegno d’insieme secondo il vecchio piano, il successivo Piano Regolatore del 1931 (Marcello Piacentini, Gustavo Giovannoni e altri su incarico del Governatorato di Roma) introduce alcuni cambiamenti sostanziali. A fianco di episodi secondari come l’apertura dell’ultimo tratto di viale del Vignola da via Donatello a via Flaminia, è previsto un collegamento triplo del quartiere Flaminio con la riva opposta del Tevere, tra Ponte Risorgimento e Ponte Flaminio, che doveva affiancare il vecchio Ponte Milvio.

  1. Il primo ponte è previsto in piazza Gentile da Fabriano e collega via Guido Reni con viale Angelico. Questo progetto, in effetti, è stato  realizzato ottanta anni dopo con il ponte della Musica.
  2. Il secondo collegamento previsto (e mai realizzato) è un altro ponte tra piazza del Fante e largo Antonio Sarti che, attraverso l’asse via Monte Zebio via Fracassini, avrebbe realizzato un percorso rettilineo da piazza Mazzini allo Stadio Nazionale (in corrispondenza dell’attuale piazzale Ankara). Da largo Sarti inoltre, un secondo percorso (parzialmente realizzato con l’attuale via Donatello) doveva attraversare viale del Vignola, tagliando una lottizzazione a schiera in fase di realizzazione (Villa Riccio), attraversare via Flaminia e viale Tiziano e raggiungere il nuovo piazzale della stazione Flaminia, nuovo ingresso ferroviario da Nord alla città previsto nella piana dove allora era il Campo Corse Parioli.
  3. Il terzo collegamento (l’attuale Ponte Duca d’Aosta) ha lo scopo di collegare il quartiere Flaminio al parco con impianti sportivi in costruzione sull’alta riva del Tevere, ai prati della Farnesina: il Foro Mussolini. La realizzazione del Foro era stata avviata dal 1928 dall’Opera Nazionale Balilla e la sua progettazione, nell’ultima versione del 1933, arriva a comprendere anche una proposta per il Flaminio sulla sponda opposta, in coerenza con le indicazioni del piano regolatore del 1931 per il completamento del tridente e del ridisegno complessivo dell’area delle caserme (idea che non ebbe mai seguito). Con questo nuovo ponte si vuole creare un asse viario perpendicolare a viale Pinturicchio, che avrebbe collegato ial nuovo Stadio dei Cipressi oltre Tevere con lo Stadio Nazionale.

Nel 1934, nello Stadio Nazionale, la squadra italiana di calcio vince il Campionato del mondo.

Gli anni prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale vedono la realizzazione del Foro Mussolini dal 1932 al 1938 (poi chiamato Foro Italico) e di due dei quattro ponti nuovi previsti dal piano del 1931: il Ponte Flaminio progettato da Armando Brasini (iniziato nel 1936 e terminato solo nel 1949), che diede corpo al nuovo ingresso a Roma da Nord, e il Ponte Duca d’Aosta (Vincenzo Fasolo, 1936-39), che lega, ma in maniera incompiuta, il Foro Italico al quartiere Flaminio. Per il resto, le vicende del periodo tra il 1934 e il 1948-49 sono centrate soprattutto sulla costruzione delle quattro testate d’angolo su piazza Gentile da Fabriano, sul tracciamento dei percorsi viari secondari e sull’edificazione dei lotti retrostanti, in particolare tra lvia Vasari e via Vespignani, via Bregno e via Piero della Francesca, piazza Gentile da Fabriano e via Pannini, via Tadolini e via Antoniazzo Romano.

Rimangono invece irrealizzati gli due altri ponti, quello in prosecuzione di via Fracassini e soprattutto quello di piazza Gentile da Fabriano al Foro, nonostante il completamento dei quattro grandi edifici di testata del Tridente Flaminio e dopo che, dall’altra parte del fiume, il lato nord della piazza su cui si sarebbe inserito il nuovo ponte fosse già stato delimitato in base al progetto del 1933 dalla foresteria Sud (Enrico Del Debbio, 1932-33) e dalla prospiciente Casa delle Armi (Luigi Moretti, 1933-36).

Sulla sponda destra, peraltro, rimaneva invece insoluto il lato sud della piazza in questione, quello verso viale Angelico, occupato dalla lottizzazione al Prato Falcone, del 1919-24 (peraltro situata a una quota più bassa della piazza) mentre era stata definita la vicina piazza Maresciallo Giardino, grazie alla realizzazione del Museo di Architettura militare in angolo con il lungotevere della Vittoria (1933-40) e delle due testate d’angolo tra viale Angelico, via Corridoni e la circonvallazione Clodia (realizzate tra il 1934 e il 1948). Nello stesso periodo, la questione dell’innesto del Ponte Duca d’Aosta sul quartiere Flaminio ha un andamento che nega i progetti iniziali di sistemazione dell’area: mentre sono tracciati i lotti tra via A. Romano e via Giulio Romano ed è edificato l’angolo tra quest’ultima e viale Pinturicchio (tra il 1934 e il 1938), non si da seguito alla prosecuzione del nuovo asse trasverso originato dal ponte davanti al vuoto incompiuto della piazza Mancini, dove esisteva solo il breve tratto di via Poletti dietro alla caserma Montello.

Nei decenni successivi, a fianco di costruzioni intensive degli anni Trenta e Quaranta, nella zona del Flaminio da via Guido Reni a Ponte Milvio (zona Flaminio 3), si assiste ad un proliferare di fabbricati residenziali di alto livello a firma di ben noti architetti (Giulio Gra, Moretti, Vincenzo Monaco, Amedeo Luccichenti, Annibale Vitellozzi, Pier Luigi Nervi ??). Dall’altra parte della Flaminia invece, dove era il Campo Corse Parioli c’è un enorme deposito di materiale bellico fuori uso e sorge un villaggio di sfollati, il Campo Parioli, che poi si espande anche sui ruderi dell’Ippodromo di Villa Glori.

Pagine correlate: Quartiere Flaminio. Fino al 1869, Quartiere Flaminio. Dal 1870 al 1914 oggi, Quartiere Flaminio. Dal 1960 oggi

Film: Ladri di biciclette

Anno 1948

Regia Vittorio De Sica. Fotografia Carlo Montuori. Con Lamberto Maggiorani. Enzo Stajola. Lianella Carell, Elena Altieri, Gino Saltamerenda, Vittorio Antonucci, Giulio Chiari, Michele Sakara

Scena: LA BICICLETTA NON C’E’ PIU’ …

Luogo: davanti all’ingresso dello Stadio Nazionale in viale Tiziano

In Ladri di biciclette lo Stadio Torino è il luogo nei pressi del quale, nel finale, il protagonista, disperato perché non trova più la sua bicicletta, ne ruba maldestramente un’altra.

Scena: LA BICICLETTA RUBATA NON SI RITROVA …

Luogo: Lungotevere Flaminio all’angolo con via Allegri da Correggio

Siamo verso la fine del film: Antonio (Lamberto Maggiorani) e il piccolo Bruno (Enzo Staiola) vagano per la città nell’ormai disperata ricerca della bici­cletta. Qui li vediamo attraversare il lungotevere Flaminio (il piccolo Bruno quasi finisce sotto a una macchina), per dirigersi verso la scalinata di via Pietro da Cortona. Si notino i fili aerei sulla sinistra: sono quelli della linea del filobus n. 138 operativa dal 1937, fra le prime linee filoviarie a entrare in funzione a Roma. Oggi la strada è a scorrimento veloce e ogni mezzo pub­blico sarebbe d’ostacolo a quelli privati, che purtroppo si sono presi tutta la scena (si vedano in proposito le auto parcheggiate un po’ ovunque, che restringono di molto la carreggiata).

Mario De Renzi

Mario De Renzi (Roma, 1897-1967) è uno tra i più importanti architetti e urbanisti che operano a Roma nel ventennio fascista, caratterizzato da uno stile estremamente vario: nei primi anni di lavoro si rifà a uno stile tradizionale e al barocchetto romano ma successivamente realizza importanti palazzine razionaliste, quali la palazzina Furmanik.

Mario De Renzi già nel 1919 è entrato nello studio di architettura di Alberto Calza Bini, poi partecipò a vari con concorsi finché nel 1925 progetta con Luigi Ciarrocchi, le case per i dipendenti del Governatorato di Roma a piazza Mazzini.

Il linguaggio adottato è il barocchetto ma già nel 1926 in un progetto eseguito in gruppo con Piero Aschieri al barocchetto preferisce uno stile che si richiamava ai caratteri dell’architettura romana. Nel 1927, sempre insieme a Ciarrocchi, progetta le case popolari e negozi in via Andrea Doria, nel quale sperimenta una nuova articolazione dei volumi, caratterizzati con piano di basamento in mattoni, destinato a negozi, balconi con ringhiera che dividono il basamento dalle abitazioni sovrastanti, larghe superfici lisce segnate da marcapiani e cornici, in una sorta di loggiato all’ultimo piano. Sono questi motivi che esprimono in chiave moderna il “carattere storico locale”, al quale dovevano richiamarsi i progetti per abitazioni popolari e impiegatizie.

Nel 1931 è incaricato dalla impresa di costruzioni Federici, della progettazione di un gruppo di case economiche a viale XXI Aprile. Il complesso (1932-1937), detto Palazzo Federici, composto da un unico grande edificio continuo intorno a due grandi corti articolate, 26 blocchi unificati con 442 appartamenti, 70 negozi, autorimesse e un cinema-teatro con 1600 posti (quest’ultimo ora supermercato) è oggi uno dei più notevoli esempi di edilizia popolare a Roma negli anni fra le due guerre.

Nel corso degli anni Trenta collabora anche con Adalberto Libera, con il quale realizza il palazzo postale all’Aventino, con chiari motivi futuristi. Sempre negli anni Trenta, progetta o costruisce per i privati una serie di edifici di edilizia popolare finché nel 1940-1941 progetta e costruisce uno dei più interessanti edifici romani dell’anteguerra: la palazzina Furmanik al lungotevere Flaminio. Il volume squadrato dell’edificio, di intonaco bianco con un disegno a quadrati, è scavato sul fronte verso il fiume da una serie di logge continue e vetrate, con schermature mobili che ridefiniscono l’immagine compatta dell’insieme. Questa soluzione sembra quasi porsi come modello ripetibile lungo l’intero fronte del lungotevere.

Nel dopoguerra la sua attività è caratterizzata – oltre che dalla progettazione e realizzazione di edifici per uffici, di abitazioni singole (fra le quali la propria casa a Sperlonga del 1952-1955) e da interventi di ristrutturazione di edifici esistenti – anche da una serie di interventi per il Piano INA Casa. Nelle sue palazzine spesso elimina la corte interna, definisce un primo piano in mattoni destinato alle botteghe, superiormente muro liscio intonacato e balconi con ringhiera, un loggiato arretrato all’ultimo piano.

Nel Municipio II citiamo le palazzine in via Oreste Tommasini (1950) e, nelle vicinanze, il palazzo dell’YMCA in via Solferino (1950-1954).

Altre opere nel Municipio II e dintorni:

  • case di abitazione per i dipendenti del Governatorato di Roma a piazza Mazzini (1925), con Luigi Ciarocchi (Quartiere Delle Vittorie);
  • palazzo in Piazza Perin del Vaga nel complesso ICP Flaminio II (1925-1927), insieme a Limongelli e Wittinch;
  • Villino di via Eleonora Fonseca Pimentel 2, (1927) in stile barocchetto romano – liberty (Quartiere Delle Vittorie);
  • palazzina in via Panama, piazza Cuba, via Lima progettato con G. Mosca (1929-1930, terminata nel 1953) in stile neoclassicico movimento Novecento;
  • Palazzina Gentile, in via Panama
  • case per i dipendenti del ministero dell’Agricoltura e Foreste con Renato  Nicolini e F. Ramasso (1951-1952);

Il fondo De Renzi è conservato presso l’Accademia di san Luca. Regesto delle opere: www.accademiasanluca.eu/fondo-de-renzi.pdf

Per approfondire: Mario De Renzi, l’architettura come mestiere, www.treccani.it/enciclopedia/mario-de-renzi_(Dizionario-Biografico)/i/,